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Galleria 291 Est è un salotto aperto a tutti i soci per incontrarsi, condividere idee e progetti, ma è anche uno spazio che può ospitare mostre, eventi, incontri e temporary shop, offrendo la collaborazione dei soci stessi, che mettono a disposizione le loro competenze per la realizzazione e organizzazione dei diversi momenti di incontro.

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LA GALLERIA

Per informazioni sugli artisti o per l'acquisto delle opere esposte contattare l'associazione al +39 0644360056 o mandare una mail a info@galleria291est.com


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ARTISTI

Agnieszka Wojtanowicz

Alberto Morena

Anna Legge

Chiara Mu

Davide Del Prete

Annabella Cuomo

Elise Garnaut

Emad Haddad

Emanuela Rossoni

Eugenio Pozzilli

Francesco Costabile

Francesco Scirè

Gionatan Salzano

Guendalina Salini

Jessica Gaudino

Jole Falco

Katarzyna Gorni

Kirsten Lyttle

Lionello Recchia

Luigi Miranda

Luigi Rizzo

Marcela Iriarte

Marco Baroncelli

Marco Di Niscia

Marco Scola

Maria Carmela Milano

Maria Pia Picozza

Massimo Nolletti

Medilè Siaulytyte

Queenie Chow

Sara Graziosi/Shelly

Sevak Grigoryan

Valerio Faggioni

Virginia Colonnella

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MOSTRE E MANIFESTAZIONI

Volti e paesaggi dell'EST

di Silvia Di Castro

19 – 26 Giugno 2010

CATALOGO OPERE (.pdf)

Una mostra fotografica che racconglie le immagini di un viaggio attraverso l’Est europeo, una panoramica su volti e luoghi di una cultura che si rivela anche solo attraverso un fugace sguardo. Luoghi sacri, piccole province, strade panoramiche, gradi paesaggi e persone colte nella loro più semplice essenza, con l’intento di conservare e condividire la meraviglia della scoperta. Affascinante e vitalizzante è la condizione del viaggiatore, che scruta con occhi curiosi e voraci ogni immagine che possa rivelargli qualche cosa in più rispetto al luogo che sta attraversando. Sbirciare dietro ai vetri di una finestra, osservare da lontano contadini al lavoro o un monaco assorto nella sua preghiera del mattino, sono questi gli attimi che si imprimono nella memoria. Questa mostra vuole condividere la memoria di un viaggio raccontato attraverso l’occhio di Silvia Di Castro.

Profilo

Silvia Di Castro nasce a Roma, dove fin dall'adolescenza, si accosta al mondo delle arti attraverso la musica, si avvicina poi alla fotografia, che ad oggi sembra essere il mezzo d’espressione che più la attrae, condiziona ed ispira. L'obiettivo fotografico è quasi un tutt'uno con la sua vita. Ama cogliere l’ interiorità delle persone attraverso i volti. Fedele compagna di viaggio, la macchina fotografica le ha permesso di portare con se immagini di tutto il mondo. In quest’ultimo lavoro è l'Europa dell'est e in particolare la Romania ad essere tradotte in emozioni visive che raccontano i volti della gente, i paesaggi che caratterizzano il paese, le loro abitudini e costumi, regalandoci i sorrisi, la cortesia e la semplicità di un popolo.

La Biologia non è il destino

di Annabella Cuomo


dal 18 al 25 Maggio

CATALOGO OPERE (.pdf)

Osservare un opera d’arte è una complessa interazione di sensi, fisici e no. Al di là di considerazioni tecniche e squisitamente superflue che secoli di critica e migliaia di vite umane hanno consumato nell’analisi millimetrica di tele e marmi, l’epifania di ogni manifestazione artistica si risolve lì, tra l’immagine diretta e gli occhi dello spettatore. Indiscutibile la capacità di ogni singolo di trovare in ogni produzione creativa il proprio “coniglietto rosa”, vale a dire quei punti di vista relativi all’immagine capaci di produrre visioni personali che molto spesso l’artista non aveva non solo ideato nell’opera ma neanche lontanamente immaginato. Presumo che questa sia la vera magia dell’arte, che rimanda all’affermazione prima di quest’articolo: l’interazione dei sensi. Quando rimaniamo lì, fermi a scrutare un’immagine , questa diventa il prisma attraverso il quale la nostra anima si scompone e mostra la varietà di tonalità che la compongono, decisamente molte di più di quelle della luce, dolori, angosce, speranze e intime meraviglie si mostrano e ci riflettono attraverso le linee di un pennello, di una tempera densa, di un colore compulsivamente riproposto. Le opere di Annabella Cuomo si prestano ben volentieri a questo compito. In un’epoca dove l’arte contemporanea diventa sempre più provocazione e nella folle ricerca della scossa emotiva dimentica la necessità estetica , e diventa, lasciatemelo dire sempre più meta-arte, è rassicurante scorgere un piccolo ritorno all’arte delle origini, usando pochi paroloni: quella bella. Nonostante la sua giovane età si intravedono già due momenti nelle opere fino ad ora create. Questo ci suggerisce una maturazione artistica consapevole, alimentata senz’altro da una profonda ricerca e una crescente cognizione estetica. Nel primo periodo le tavole della Cuomo sono per lo più, affermative. Un gigantesco aforisma dipinto. Le forme narrano figure grottesche, tutte accomunate dalla forma genitale femminile che si staglia nell’immagine come un sillogismo. Donne; la vulva insistente in tutte le opere , ci mostra la vera identità delle figure, sono donne Nell’era della finta immagine, dove il disagio attuale è del tutto legato alla proposta di perfezioni inesistenti, che spingono ragazze e ragazzi a rinnegarsi, forzarsi, trasformarsi per assomigliare a stereotipi di bellezza nient’affatto naturali, ma per lo più siliconati e botulinizzati, Annabella scende nei meandri più intimi del sociale e ci mostra la “verità dei fatti”. Le immagini sono sconvolgenti. Colpiti dalla traslazione, si rimane pietrificati di fronte a quello che siamo con un grosso sorriso sardonico come didascalia dei nostri pensieri. Le forme diventano con questa chiave elementari, tradurle diventa semplicissimo. E’ impensabile la metafora illustrata a cui questi lavori danno vita. Questi dipinti, dai volti inespressivi, aridi di dettagli, sono un racconto critico dell’individuo moderno. Un elenco di polaroid a mano. Il velo Maya che si alza e scopre la mera verità dei fatti. Tutti gli stereotipi sociali del femminino moderno vengono raccontati per immagini semplici, il cui accostamento all’umano risulta una rivelazione agghiacciante. Nella galleria delle forme si troveranno madri diventate vacche gravide. La decostruzione del corpo femminile arriverà all’osso. I corpi verranno mutilati, decomposti, scarnificati, l’unico loro affrancamento resteranno i genitali. Inquietante domanda, che scompone le sue lettere tra un quadro all’altro. Siamo questo? Nel lavoro più asciutto ed essenziale della Cuomo la donna trascenda dalla sua antropomorfa forma e diventa denuncia, fuori dai valori provvisori del sociale apparente, non c’è più consistenza morale ne femminino. C’è solo una forma acaratteriale e vaga. L’astrattismo è coinciso, i colori si dissolvono e diventano superflui. Poche linee per definire un oggetto, crudo esistenzialismo che diventa disegno. Queste opere ermetiche trasudano significati, la denuncia misogina è una linea che affonda lo sguardo. I materiali rafforzano il lavoro di manifestazione della realtà Grafite su tamburato, una proposta inconsueta. Quella che era la materia per proporre degli studi, la matita del provvisorio ,diventa materia d’arte volutamente compiuta. Nel prisma precedentemente citato c’è del provvisorio, una gomma basterebbe per cambiare le carte in tavola. Un’ennesima valutazione esistenziale che urla i suoi significati oltre che dall’immagine in se, anche dalla materia che li compone, la fragilità dell’opera suggerisce l’irrisorietà del ruolo descritto, crudele e per di più facilmente distruttibile. Ma sarà questo un bene o un male? Nel secondo periodo l’estetica e il carattere delle opere muta. I dipinti acquisiscono spessore , progrediscono sia nell’immagine che nella trasmissione di emozione. I colori virano al seppia, si riscaldano e si confondono interagendo tra loro. I disegni diventano più disponibili, l’immagine statica delle prime tele si addolcisce e appaiono dei volti. Alle spalle dei soggetti rappresentati appare uno sfondo, che interagisce con l’esterno. Per la prima volta appare non solo una fisionomia, ma uno sguardo, che sembra intendersi con lo spettatore. Evidente appare il coinvolgimento dell’artista che trasmette dall’opera una nuova cognizione, la quale dall’idealismo osservatore con cui ha ideato le prime opere diventa racconto di esperienza e morale vissuta. I materiali diventano molteplici, i toni si sgelano e la fragilità della grafite lascia il posto a pennellate stabili e immutabili. La tecnica del collage è la scelta per i nuovi affondi. In una delle ultime opere la Cuomo riunisce attraverso il collage gli innumerevoli pezzi delle sue nuove certezze, la Cuomo propone diverse forme di identità che si riuniscono su di una stessa tela e suggeriscono all’osservatore una riflessione sulle diverse forme di coscienza che abitano e coesistono nel stesso corpo, sotto la stessa pelle. Le verità accumulate nelle sue nuove esperienze diventano molteplici forme di materiali che interagendo tra loro creano immagini ispirate, tentatrici e dicotomiche. IL sillogismo iniziale diventa proverbio. Nell’epoca in cui l’arte contemporanea è minacciata da falsi profeti che propongono una riluttante forma di creatività quali parametri bisogna usare per decidere se un’opera d’arte è tale o meno? Nell’immaginario collettivo la prima cosa che un’opera artistica deve essere è : ”bella”. I lavori della Cuomo sono talvolta grotteschi, altre volte istigatori, ma rimangono una corpo affascinante da guardare. Forse è questo che bisogna pretendere dall’arte contemporanea, ed è il confine tra arte e meta-arte, un opera deve conquistare l’attenzione dello spettatore. Le opere di Annabella Cuomo fanno questo. L’arte diventa racconto

Scritto da Marinella Cianciaon la collaborazione di Tanja Zorzut




ALBERTO MORENA

dal 7 al 14 Maggio

Alberto Morena è un artista dalla matura competenza nel disegno. La sua conoscenza dell’uso dei colori, isolatamente o combinati è il raffinato strumento al servizio della sua lucida inquietudine espressiva e della sua costante volontà sperimentatrice. Questa mostra ha volontariamente selezionato e privilegiato un solo momento di questo poliedrico artista. Nasce artisticamente come disegnatore litografo e grafico nel 1949 quando viene assunto all’Istituto Poligrafico dello Stato, ove raggiunge professionalmente livelli di eccellenza; solo più tardi diviene pittore e affina questa sua capacità espressiva sperimentando varie tecniche e stili. Partecipa con successo a personali e collettive in varie città d’Italia. Rimane un pittore comunque inquieto, fuori da scuole e correnti, come ci viene descritto dalla critica presente e passata, dice di lui Osvaldo Scardelletti: “… mi ha subito aggredito non con la violenza dei colori, bensì con un’astratta simbologia inquietante di rocce, di occhi e di membra la cui volumetrica composizione, senza confini definiti, mi ha lasciato […] perplesso […] Lo immaginavo amante dei paesaggi quieti, dei colori tenui, delle trasparenze velate, come trasparente e quieto è l’Alberto che ho sempre conosciuto. [Invece] il tratto sicuro della matita, prezioso come un ricamo, tracciava, tra grassi chiaroscuri distesi, un gioco di figure il cui simbolismo ammiccante suscita in me reazioni immediate, ricordi, commozioni ancestrali e sconcertanti piaceri a galleggiare su superfici di […] onde, di membra, di oggetti e di astratte volumetrie […]. Un dire senza dire per suggerire versi, musiche, parole e fatti reali, intuiti dell’artista con complicità di memoria e tracciati con splendida mano”. Giuseppe Corsatto così definisce la sua arte: “Una simbiosi di psicologia, psicanalisi, razionalità ed emotività: è forse questa la panoramica dei soggetti organizzativi nel linguaggio artistico, ricco di messaggi scaturenti simboli, di Alberto Morena. Il suo esprimersi nella pittura e nella grafica riflette il suo impegno espletato in tale campo in espressioni apprezzate a livello nazionale e non solo. La sua è un’arte per addetti ai lavori […] Non pedissequa. Toni formali e proposte, quelle del Morena, che non lasciano assopire il mondo dell’Io, in particolare per quell’estrinsecarsi surrealista emergente da un polimorfo subconscio creato di proiezioni cariche di potenzialità”. Franco Campeggiani così la sintetizza “Nell’opera i valori razionali sono e saranno sempre chiamati in causa, ponendo l’operatore al riparo della schizofrenia. L’attività razionale serve a far luce, a mettere ordine negli impulsi vitali, a conoscerli, ma non certo a soffocarli, [… ] Alberto Morena sa che la ragione è un mezzo e non un fine. Disegnatore di razza, oltre che di professione, il suo costruttivismo formale non può che tranquillizzarci circa il suo uso delle facoltà razionali. Egli porta avanti la propria autoanalisi, dando i natali a una moltitudine di opere pittoriche e grafiche, attraverso le quali tenta di fare luce dentro se stesso, aiutando di riflesso il fruitore a cercare la propria serenità e la propria armonia.” Se e quanto l’Alberto Morena di oggi si possa identificare con queste opere e con questi ritratti critici che su di lui sono stati fatti, non ci è dato di sapere, mentre le sue capacità, la sua onestà, la sua insaziabile curiosità e la sua perenne ipercriticità ci fanno presagire nuove opere a venire che torneranno a sorprenderci.

Sergio Caruso




di Sevak Grigoryan

1915

dal 24 Aprile al 4 Maggio

CATALOGO OPERE (.pdf)

“Art.6: 1.Gli Stati parti riconoscono che ogni fanciullo ha un diritto inerente alla vita. 2.Gli Stati parti assicurano in tutta la misura del possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo”

Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia,Assemblea generale delle Nazioni Unite, 20 Novembre 1989, New York.

Nel 1915 si consumava una tragedia umana, i protagonisti sopravvissuti pagheranno il prezzo di essere stati testimoni, nella responsabilità di andare oltre al male perpetuato nei loro confronti. Quando il mondo è volontà nella sua rappresentazione. Sevak Grigoryan presenta il suo punto di vista dinanzi al genocidio armeno. Lo fa raccontando l’infanzia. La perduta innocenza di chi dinanzi alla morte, all’odio, è costretto a dare ragione, a dare risposta, ad andare oltre la facile contrapposizione. I sentimenti e la passione che le opere trasudano,sono l’operazione di un artista che non ha paura di mettersi in discussione. Di un artista che scava nel proprio inconscio quelle immagini della paura dinanzi alla morte. Di un artista che sperimenta se stesso bambino, se stesso uomo dinanzi all’orrore di conoscere nella vita terrena anche il male e porsi di fronte ad una scelta. Di un artista che sperimenta un linguaggio possibile per favorire l’identificazione dell’osservatore. Di un artista che sviscera i sentimenti istintivi, legati ai meccanismi della sopravvivenza della specie, e contemporaneamente tenta, riuscendoci, a elaborare un lutto storico. Di un artista che prova a dare una chiave di liberazione dal dolore attraverso lo strumento della cultura. La sua visione alchemica si ritrova nella scelta cromatica: nero, rosso e bianco. Il nero, che stringe e costringe i corpi, che esalta lo stupore negli occhi, che annulla ogni forma esteriore. Il rosso, che delinea , con pennellate ardite, le pose inusitate di bambini costretti ad essere testimoni, ad essere dei sopravvissuti. Il bianco la liberazione, la luce, l’aurora, la speranza. A quest’ultimo è rivolto lo sguardo dell’unica opera scultorea presente nella mostra. Perché Sevak anzitutto è uno scultore. E scolpisce senza remore le immagini che la memoria del cuore non può dimenticare.

Ilde Lazzara

Profilo

Sevak Grigoryan nasce in Armenia nella città di Yerevan nel 1979, nel 1990 frequenta il Centro Repubblicano di Educazione Estetica nella sua città natale con il "Gruppo studiosi della scultura" per proseguire poi il proprio percorso di formazione presso il liceo artistico " P. Terlemezyan", percorso che lo porta poi a diplomarsi in scultura presso l'Accademia di Belle Arti di Yerevan. La sua curiositè e dedizione alle arti plastiche lo portano fino in Italia dove lavora e studia, da prima all'Accademia di Belle arti a Firenze, poi a Roma, dove viene ammesso alla Scuola dell'arte della Medaglia dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, e dove apre la sua personale presso la Galleria 291 Est nel 2009 “La danza dei sette veli”. Nella sua carriera numerose le esposizioni che svolge nel suo paese, terra a cui è molto legato, tanto che nel 2003 realizza anche un'opera pubblica intitolata "Phoenix" nel tufo, per la piazza principale della città di Spitak. Attualmente vive e lavora a Roma.





100% SHELLY

12.19 Aprile 2010

Shelly è pop, Shelly è nipponica, Shelly è profondamente divertita, Shelly è messa in scena, Shelly è al 100% artificio straniante di un immaginario profondo. Lo sguardo pittorico delle sue composizioni prende dalla fotografia l’artificio dei primordi. Volti, corpi, oggetti reali sono ritratti in un contesto ironico ed esaltante. Musica per iridi ruotanti al ritmo di jingles glitterati. Le trascrizioni che emergono dal mondo di Shelly, omaggiano la cultura dei media della nostra epoca. Shelly ricicla la plastica delle Barbie creando erotismo burlesque per organi infreddoliti dal copia incolla dell’immaginario diffuso. Se la natura è morta lo è anche il piercing delle bocche ammiccanti, il nudo in posa Vogue, i boccoli fluttuanti e l’espressione mod di terza onda che ne preserva il brit senza perderne il pop. Succose gelatine che fanno prevederedivertenti sviluppi per questa giovane artista.

Ilde Lazzara

Profilo

Sara Graziosi alias “Shelly” nasce a roma nell’85 intraprende studi artistici fin dal liceo, vince il concorso nazionale di interior sea design di Fano 2003/2004, successivamente comincia a lavorare come modella, professione che la avvicina alla fotografia. Frequenta la Scuola dell’Arte della Medaglia. Tra le apparizioni più recenti si può contare l’eposizione all’Akab di Roma nel Novembre del 2009 e la pubblicazione sulla rivista indipendente di fotografia, arte e cultura Poupourri.

CATALOGO OPERE (.pdf)



En Attendant…bondyé

7/14 febbraio 2010

vernissage: domenica 7 febbraio, ore 17.30

Un evento organizzato da un gruppo di artisti provenienti della Scuola dell’Arte della Medaglia con il fine di raccogliere fondi da devolvere a Medici Senza Frontiere. Il vernissage, che si svolgerà il giorno 7 Febbraio a partire dalle 17.00 vedrà gli artisti “esporre se stessi” lavorando direttamente in galleria, produrranno alcune opere sotto gli occhi degli spettatori, il tutto in contemporanea ad una performance musicale. L’ esposizione, che rimarrà visitabile fino al 14 Febbraio, offrira opere che spaziano dalle arti grafiche all’illustrazione, dalla scultura alla fotografia. Si ricorda che tutte le opere esposte sono in vendita e che il ricavato verrà interamente devoluto a Medici Senza Frontiere per l’Emergenza Haiti.

Gli artisti: Virginia Colonnella, Sara Graziosi, Sevak Grigoryan, Anna Legge, Lionello Recchia, Gionatan Salzano

Curatore e installazione: Davide Del Prete

Performance musicale: Emad Haddad

Concept: Luigi Miranda

Grafica: Vania Caruso per Galleria 291 Est

Ufficio stampa Galleria 291 Est

Se l'approssimarsi dell'equatore non avesse fatto di quel giorno un tempo uguale nel "vano" alternarsi delle stagioni tropicali, l'ispirazione per la cronaca visionaria del Carpentier de El reino de este mundo,- conclusa (con luogo e data in calce) a Caracas, il 16 marzo 1948- avrebbe potuto condurla Mercurio sulle ali di un vento già foriero di fragranze primaverili, o forse la stessa Flora, scalza e in atto di offrire essenze e cromìe inebrianti. Ma l'ausilio di un genio bizzarro non va comunque escluso. O l'incursione del cubano Carpentier nell'epopea di Haiti -dalla rivolta degli schiavi del 1791 all'indipendenza dalla Francia del 1803, vissute attraverso gli occhi e i pensieri dello schiavo Ti Noel- non avrebbe potuto toccare la temeraria cima della profezia. Così, ispirata e solenne nella sua realtà magico-religiosa e Dio solo sa che altro, la cronaca si svolge lungo il cammino parallelo della Storia e delle storie, e la parabola esistenziale di Ti Noel, protagonista suo malgrado, si tinge continuamente di toni apocalittici. E infatti, attraverso una mistica insondabile, possono ritrovarsi documentati "veleni" che si trascinano nelle pianure a decimare tori e cavalli al pascolo, sino a scoprire, con terrore, che "el veneno habìa entrado en las casas"; ovvero le gesta del "gran viento verde, surgido del Ocèano" che "con bramido inmenso" si infila nelle valli e si arrampica sulle alture, che frastorna e riduce in rovina "la antigua hacienda" con i suoi "tomos de la enciclopedia" e la "caja de mùsica", che sradica gli alberi "sacando las raìces de la tierra", e che spinge per tutta la notte un mare, divenuto pioggia, sino "en los flancos de las montañas". Più vera -nel suo essere dichiaratamente fantasia- del vero che ci si "oppone" oggi, e quotidianamente, la distruzione dell'isola sotto il cielo (sempre azzurro per noi) dei Caraibi, "operata" dal bizzarro genio ispiratore del "profeta-autore", consuma la nostra pietà nella triste fine dello schiavo, carico di una stanchezza cosmica, sparito nella tempesta del vento verde e forse finito in pasto ad un avvoltoio, in agguato e con le ali spalancate in una cruz de plumas. Il resto è attesa. Che dalle pagine di un vecchio libro ritorni il mandingo Mackandal già giustiziato sul rogo, a fomentare rivolte e a "liberare", previa resurrezione, sempre possibile ad Haiti, dalle sue stesse ceneri (del tipo araba fenice); e che il nostro mendicare sicurezze si illumini finalmente dell'arrivo di un Godot qualsiasi, purché risolutivo. E Godot, che ha la barba bianca, non fa nulla se non lasciarsi attendere. È vero, gli tocca anche l'onere di inviare, ogni sera, un giovane "messaggero" per posticipare, a domani, la sua venuta ma…grazie a lui si eviterà un destino crudele e ciò basta a che l'attesa, nel teatro dell'assurdo, abbia almeno un senso compiuto, per quanto fragile nella sua imprescindibilità. Godot assomiglia a Bondyè, la potenza dello spirito del woodoo haitiano: anche Bondyè è ineffabilmente altrove, nel mundo de los Altos Poderes, forse giungerà nel regno di questo mondo il giorno meno atteso, e può servirsi di un tibonange, un giovane "messaggero". Ma Bondyè ha delegato ai Loas, gli spiriti degli antenati, gran parte delle sue incombenze, nel bene e nel male. Ed è a questi ultimi che il voodoo riserva le cure maggiori. Loas che ormai, abbandonati dalla contigenza del sopravvivere, invadono Haiti nelle loro sembianze più crudeli. E, visti i risultati, senza dubbio alcuno…

***

Sospesa tra Godot e Bondyè, di fronte all'orrore della morte in diretta di un intero popolo allo sbando e in balìa di eventi catastrofici, la coscienza in attesa vacilla. E s'interroga. Su quanto destinare della propria umanità alla risoluzione di una contesa che contrappone sostanza e spirito avversi, e sulla forma migliore di compassione. E forse è per questo che ad un gruppo di allievi "Sam" (al secolo Scuola dell'Arte della Medaglia), ognuno con le proprie geografie e individualità, è sembrato conveniente coniugare i termini contrapposti nella pratica profana di offrirsi sul grande palco del mondo in una performance in cui l'artefice, laddove investito da mandato superiore, ex alto, è colto nel momento stesso del suo agire nella realtà. Ciò comporta, per l'artefice d'impegno, un superamento, seppure momentaneo, delle due dimensioni del regno di questo mondo e quello degli Alti Poteri, per farsi testimone, ovvero, considerata la volontarietà dell'offrirsi, martire e dunque visionario: l'atto creativo esibito nel suo divenire fa partecipi della stessa "essenza coniugata" i convenuti al simposio che, da Platone in poi, non può che argomentare d'Amore. L'artefice si consuma nel gesto e "lascia" la sua opera, fagocitato dagli occhi bramosi degli astanti mai sazi. Testimone è colui che è presente all'evento e, senza neppure spiegarselo, ne conosce ogni intimo dettaglio. E testimone è soprattutto colui che si fa carico di raccontarlo quell'evento, così come lo ha visto e percepito, in una lingua che è solo sua e che non ammette traduzione alcuna. L'intesa, se c'è, è per misteriosa e meravigliosa empatia.

***

Una visione apocalittica si è detto, quella di Carpentier, vissuta attraverso gli occhi e i pensieri dello schiavo Ti Noel, sempre fiducioso (ma contro ogni tentazione al Candido del cinico Monsieur Voltaire) in un mondo al di là de el reino de este mundo, nonostante gli eventi…, eppure né Ti Noel, né Carpentier sapevano, in quel lontano marzo del '48, quali sventure avrebbero ancora offeso l'anima di una già “sperduta” Haiti, né del successivo e sanguinoso "risvolto" Duvalier, né degli ultimi atroci eventi naturali, ma ne presentivano e ne paventavano l'inevitabile arrivo: "Ti Noel aveva speso la sua eredità e, nonostante fosse giunto all'ultima miseria, lasciava la stessa eredità ricevuta. Era un corpo di carne già trascorsa." Questo impegno-testimonianza allora, è dovuto, prima ancora che alla ragioni della mera partecipazione, alla nostra stessa umanità. Perché si lascino eredità più cospicue dell'ultima miseria. Fosse anche per non sentirci, una tantum, spettatori distratti di tragedie immani, e ineffabili nelle nostre ottiche incorniciate in pollici di schermo. Né per lasciarci cogliere in atto di assistere imperterriti al succedersi d'inusitate effigies, terribili quanto inutili in quel loro moltiplicarsi all'infinito. E vane, come grido che si fa eco e rimbalza da altri mondi, mondi estranei, fuori d'ogni logica, e senza nesso alcuno ormai, con un'origine che pure fu reale. Rassicurati da un fato ostile che anche per oggi, per fortuna, si è rivolto altrove. E ben decisi a mantenerci, in eterno, en attendant…Bondyè.

Luigi Miranda




ESTERNO GIORNO

di Francesco Scirè

16/23 gennaio 2010

"Le cose, quando le guardiamo, sono uguali a quello che sembrano quando non le stiamo guardando: pensai che se avessi regolato una macchina fotografica in modo che scattasse automaticamente in una stanza in cui non ci fosse alcuna presenza umana, sarei riuscito a cogliere le cose alla sprov vista, e a conoscere così il loro aspetto reale.”

(José Saramago . Il Quaderno)

In questa frase è racchiuso il senso e il modo in cui nascono le immagini che fanno parte di questa esposizione. Appunti di un viaggio urbano, all’esterno di tutto, dove la città si svela lentamente, con un timido incedere di dettagli che sbucano da dietro gli angoli, tutti gli elementi affiorano nelle immagini, per ultimo il fattore scatenante della città stessa: l’uomo. Forma, espressione, ironia, attesa, geometrie, povertà e abbandono tutto si sintetizza in un unico “brano” visivo. Come sosteneva Henry Cartier-Bresson : “Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore. Fotografare è un modo di capire che non differisce dalle altre forme di espressione visuale. E’ un grido, una liberazione!”. E’ questo forse la linea guida su cui si fonda il lavoro di Scirè, un rapporto diretto tra realtà e cuore, una fascinazione per gli attimi che casualmente si inseriscono nella nostra vita generando emozioni. Emozioni che l’autore cerca di catturare per poi regalare allo spettatore che con curiosità si accinge ad esplorare la sua fotografia cercandovi elementi della città, volti che quotidianamente si incrociano andando a lavoro e sensazioni che si sono impresse nella nostra memoria.

Francesco Scirè

Ingegnere elettronico e fotografo.

Scirè nasce a Palermo nel 1964. Dopo gli studi di ingegneria, si trasferisce a Roma dove attualmente vive e lavora e dove la sua passione per la fotografia diventa parte importante della sua espressione. Scirè inizia a lavorare con la fotografia agli inizi degli anni ottanta con una Minolta, abbandona poi il mezzo analogico nel 2006 entrando nell’era del digitale con la Canon. Il rapporto con il mezzo digitale sviluppa in lui una forte ricerca del dettagio per creare uno sguardo di insieme in cui ogni particolare è elemento fondamentale nella composizione. Partecipa al concorso fotografico internazionale National Geographic e ancora al concorso Sony World Photography Awards 2010. Tra le ultime esposizioni si conta nel 2008 la presenza nella collettiva dal titolo “Declinazione della gioia” nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia a Roma.




“EFFETTI PERSONALI” di Jole Falco

Dall’8 al 15 Dicembre 2009

Il fascino indiscreto dei nostri consumi, la materia come nucleo su cui posare gli occhi, ritorno alla natura stessa dell’oggetto, ritorno da un viaggio, andata e ritorno nel mondo della forma e della scultura che si adatta ai nostri tempi e spazi. L’ecologia della forma e la materia del riciclo divengono una trasformazione simbolica negli oggetti personali di uso quotidiano. Non è importante cosa portiamo con noi, ma come quello che portiamo viaggiando possa trasformarsi in “altro” ciò che portiamo con noi. L’uso della materia scavalca il contenuto come l’idea supera il messaggio. Il percorsi di completa nelle sculture da viaggio, elementi unici e personali con se, l’opera d’arte mobile, come divulgazione dell’elemento plastico che non sia soltanto “monumento” ma che diventa piacere tattile, non lontano da noi ma con noi. La scultura trasportabile ovunque sia ci trasmette calore attraverso l’uso della soapstone, materiale che a sua volta ha viaggiato tre Canada e Africa prima di diventare scultura, calore che si genera attraverso lo strofinio della mano, la scultura come “lampada magica”. Se la iuta di Burri costituiva il perno dell’opera, la plastica da imballaggio ne assume tutti i lati cromatici. La natura si ribella e il materiale perde la sua funzione originaria per trasformarsi in “altro” e per riemergere dalle macerie di un consumismo sfrenato che non rispetta ne la materia ne la natura. È il disordine che ci ispira la ricerca del suo opposto. L’artista cerca tracce che ci conduce ad approdi di certezze che superino il quotidiano e questo lo fa componendo, smembrando, smateriallizzando ciò che di noi è “restato” non fruito, utilizzando, ma che non può essere abbandonato perché è “nostro” è umano. Superare l’altruità della materia è ricerca di sé, è oltrepassare il suo stesso concetto per ritornare alla natura stessa del possesso dell’oggetto e della sua forma. Jole falco riprende ciò che di umano è rimasto della materia al fine di recuperare la funzione di ciò che si credeva morto. Che è la Fenice? È ciò che è rimasto dopo l’abbandono o è l’arte rinata dall’abbandono? Quando si fa aderire la propria creatività alla vita quotidiana, la materia si adatta al luogo, e il messaggio creativo, l’arte come comunicazione, diventa pubblico e non più privato; un quotidiano fuori dalle case, alla fermata dell’autobus, in attesa di un ascensore o in viaggio.

profilo

JOLE FALCO

Nasce ad Avellino e si diploma in scultura all’Accademia di belle arti di roma. Partecipa ad alcune mostre colelttive presentando le proprie opere di grafica e di scultura. In particolare è stata segnalata per la sua presenza alla: V mostra internazionale d’arte e cultura promossa dal Centro Italiano Femminile Artisti e Professionisti, presso le sale del Palazzo delle Esposizioni di Roma (1979). E ancora al Congresso Nazionale di Firenze su “Legno nel Restauro e Restaure del Legno”, alla Mostra Collettiva a Rieti “dal Nudo all’ Ignudo” (1988); alla Biennale di Arti Grafiche dell’incisione curata dall’ Assessorato a Comune di Atene sul tema del Centenario delle Olimpiadi Moderne (1990); Alla mostra collettiva presso il CISAP a Berna (1992); Alla mostra collettiva presso il Palazzo Comunale di Assisi (1993). Ha poi curato e realizzato una mostra su: “Matematica e simbologia” (1997) con la costumista Sara Chiarugi; Nell’ambito accademico, ha realizzato un laboratorio di costume e moda (2000 – 2009).

Attualmente vive e lavora a Roma.

CATALOGO OPERE (.pdf)



"EN TOUCHANT" di Gionatan Salzano

Dal 27 Novembre al 4 Dicembre 2009

Un nuovo appuntamento in galleria con un’installazione che sovrappone la figura dell’artista a quella dello spettatore, una vera mostra interattiva, dove alla performance tattile di Nella Salemme si aggiunge l’esperienza della metamorfosi, le opere vivranno grazie al tocco dei visitatori e all’artista, una mostra che si presenterà differente di giorno in giorno, un’installazione tutta in divenire.

Dal buio. Dita che cercano materia-caos che prende e infonde. Materia venuta da profondità di vulcano: Tellus virginale che guida e riflette. Luce lunare. Eco del cuore del mondo che abbaglia e apre insospettate beatitudini. Svelato alla luce, l’intimo momento esperienziale si fa condivisione e sacrificio: che l’unicum universale sia offerta e voto! Per altri universi, eternamente mobili. Insondabili. Al tocco l’opusi appare e meraviglia. E nel triangolo materia-genio-vedente si svolge, in replica infinita, la melancholia del trasmutarsi, e mille volte altrove. Perfetto e pur sempre perfettibile nell’incontro, la soglia del sé si fa segno e dono: toccami per conoscere! Il resto è parola, Logos che nulla svela. Dal fare. La fatica di incrociare l’aria per la giusta atmosfera. Con le mani. E con gli occhi contemplare quanto rimane di primigenia materia dopo tanto sostatare in attesa del sì, “res accendent lumina rebus”.

intervento scritto da Luigi Miranda

Profilo

Gionatan Salzano nasce a Napoli nel febbraio del 1989, adolescente scoprirà in se un’attitudine alla fare artistico che troverà, in questa prima fase, naturalmente sbocco nello studio e pratica del disegno. Seguiranno gli anni del liceo e la scoperta delle arti plastiche a cui si legherà in maniera particolare. La materia diviene pretesto e luogo di una ricerca interiore che assumerà toni mistici tanto che lo condurrà da approfondire discipline rivolte alla conoscenza dell’essere sul piano psicologico e filosofico, con incursioni frequenti nelle scienze occulte. Al liceo seguiranno esperienze formative che lo condurranno, tra l’altro, in una antica bottega di pastorai, ovvero nel cuore vivo e pulsante dell’immaginario tradizionale partenopeo. Ammesso alla scuola dell’arte della medaglia ha l’opportunità, grazie all’indiscusso livello tecnico offerto, di arricchire il suo bagaglio di conoscenze, di tecniche e di materiali per nuove per proseguire le sue avventure espressive.








"3CITYS1WAY"di Massimo Nolletti


dal 13 al 20 novembre

Uno sguardo apparentemente rapido, un impulso a rubare una sensazione, questo è il lavoro di Massimo Nolletti, che attraverso la pellicola restituisce “l’impressione” di 3 città differenti, città in cui le strade sembrano essere il cuore pulsante dei luoghi da lui descritti. Il movimento, le luci e le ombre trasmettono il misticismo di Istanbul, l’eternità di Roma e l’imprevedibilità di Amsterdam. Le immagini prodotte da Nolletti sembrano emanare il suono delle città, in una sorta di azione di missaggio dei diversi elementi che le strade presentano. Il lavoro, realizzato interamente e rigorosamente in pellicola (400 tri x), risulta come un diario di viaggio in cui quello che rimane non sono le informazioni o gli aneddoti, i volti o le architetture, ma una serie ricchissima di tonalità e vibrazioni. Il contatto con il mondo tangibile e con la vita che contiene è forse l’elemento che più caratterizza il lavoro di Nolletti, che cerca nella fenomenologia degli eventi il suo soggetto, orientando così il fare “reportage” verso una fruizione più rapida e diretta con l’attimo che si va a documentare. Anche nei servizi realizzati sui luoghi della provincia dell’Aquila colpiti dal terremoto del 6 aprile, è la vita, il movimento della gente, i luoghi nella loro disgregazione o immobilità che vengono raccontati, le stesse foto sono poi state scelte per essere esposte nell’agosto del 2009 ad Aielli, un paese della stessa provincia. Attualmente Massimo Nolletti si trova impegnato in più progetti, il primo dei quali è un reportage sui R.A.S.H Roma.

Il suo rapporto con la fotografia nasce in modo casuale, è infatti la musica ad essere al centro della sua formazione e della sua creatività attraverso una ricerca che lo vede impegnato nell’utilizzo di quelle sonorità che fanno parte della sfera del quotidiano. L’entrare in una camera oscura lo mette di fronte alle infinite possibilità che la fotografia da, gli si presenta come una sfera nuova di esplorazione della realtà. Nolletti non sostituisce la fotografia alla musica, ma le utilizza entrambe con la stessa sensibilità e lo stesso fine, identificando nella macchina fotografica però, l’elemento, o meglio, il mezzo che lo ha portato a vivere ed esplorare situazioni nuove e spesso distanti da lui. La fotografia, così come la musica sono quindi per Massimo Nolletti la possibilità di entrare in contatto con le vibrazioni che il mondo contiene.

per vedere altre foto visita la galleria fotografica di Antonella Di Girolamo





"IT IS NOT ME IT IS YOU"

dal 3 al 10 ottobre 2009

“AVATAR deriva dal sanscrito e significa assunzione di un corpo fisico altro da parte di un dio per poter svolgere un compito sulla terra. Rappresenta nuova forma di noi stessi, con altri compiti e altre funzioni, con nuove aspirazioni: ALTER EGO”.

Per la “Quinta Giornata del Contemporaneo” promossa da AMACI, prevista per il 3 Ottobre 2009, la Galleria 291 Est è lieta di presentare il progetto IT IS NOT ME, IT IS YOU a cura di Francesco Russo. L’intento della galleria e del curatore è quello di creare una mostra collettiva sulla tematica dell’alter ego nella quale convogliare le opere di artisti appartenenti alla sfera dell’arte contemporanea, con particolare attenzione agli aristi giovani.

Nella nostra società contemporanea, il flusso continuo visivo proposto dai sistemi mediatici, ha reso “l’immagine del reale” assai credibile e forse più desiderabile del reale stesso. Immersi in un fluire continuo di informazioni e standard visivi mescoliamo finzione e realtà perdendo inevitabilmente le coordinate di riferimento tra questi due poli. L’essere assediati dalle immagini video, cartacee ed elettroniche ha creato in noi forti scompensi di identità spingendoci ad incarnare l’immaginario altrui rielaborandolo su noi stessi. L’alterazione del sé, è un punto di confronto fortemente sentito da chi fa’ arte. Il punto di partenza della tematica dell’alterazione, è un tentativo di descrizione di sè stessi rivolto al mondo esterno. Il desiderio di manifestazione verso gli altri è uno stadio essenziale, sovente involontario ed inconscio, con cui chi fa’ arte sente da sempre l’esigenza di confronto. La manifestazione più evidente di questa fase è senza dubbio l’autoritratto. Spesso l’autoritratto è un lavoro che “rimane nel cassetto”, è una delle prime fasi con la quale un artista si mette a confronto e che col tempo finisce per essere considerato da lui stesso troppo obsoleto. Eppure, l’autoritratto è indubbiamente l’espressione di un confronto spontaneo e particolarmente emotivo della manifestazione del sé. Nella pratica artistica contemporanea, il descriversi non è strettamente limitato ad un rapporto di somiglianza della propria fisicità. L’autoritratto ha smesso di essere indice di referenza. Parlare di sé, allo stato attuale delle cose, significa infatti prendersi carico non solo di noi stessi, ma di tutto l’immaginario comunitario a cui volutamente o meno siamo invitati a prendere parte. Attualmente quindi è più corretto parlare di alter ego che di autoritratto, in quanto la somiglianza dell’artista alla sua elaborazione, sconfina dalla modalità di riflessione soggettiva, per costituirsi in identità parallela forgiatasi attraverso l’osservazione altrui. Per la mostra collettiva sono stati selezionati 12 artisti, alcuni scelti in base a lavori già realizzati, altri con lavori ex-novo concepiti appositamente per il progetto. Il gioco di relazioni tra le varie opere esposte, pone un punto di domanda sul concetto di identità allo stato attuale della nostra società. Le opere di ciascun artista partono in primo luogo da un’analisi del proprio sé, utilizzando il corpo o il proprio immaginario come display sull’immaginario collettivo. Le opere esposte, comunicano e si confrontano volutamente l’una con l’altra enfatizzando in questo modo la pluralità di segni generati dall’ego: una pluralità di alter ego.

Artisti e Opere

Marco Baroncelli, KA, 2008, dv pal 4:3 colore, 5’

Sara Basta, Non Guardarmi, 2007 video, colore, 6’

Jessica Gaudino, Senza titolo, 2008 5 foto su carta lucida formato 20x30

Marcela Iriarte, Puzzeled, 2009, collage 30x40 cm

Maria Carmela Milano, Sotto Pelle, 2009, installazione multimediale

Kirsten Lyttle, “What are you?”, 2008, video colore, 9’

Chiara Mu, Identity project - “Body”, 2002, 6 foto b/n, 23x17cm

Maria Pia Picozza, “Senza titolo”, 2005, video colore, 7’

Luigi Rizzo, Loop, 2008, 8 fotografie colore formato 30x40

Guendalina Salini, 2 video stills da "La canzone dell'idiota", 2009, 2 fotografie10x15

Marco Scola, Sindrome da sindone, 2009, foto e pittura 2,10x0,80cm

The Gastronauts Italian Project, cibo/CIBO, 2009, installazione

per vedere altre foto visita la galleria fotografica di Antonella Di Girolamo








"QUADROCARTOLINE, Pratiche Pitture Mobili" di Medile Siaulytyte

dal 18 al 25 settembre 2009

CATALOGO OPERE (.pdf)

L'idea delle Quadrocartoline nasce da una condizione comune a molti: instabilita' e incertezza.L' impossibilita' di stabilire se non per tempi brevissimi, la propria casa, il proprio lavoro, il proprio futuro, costringe a continui sradicamenti dai luoghi, dalle persone, dalle semplici intenzioni. Gli spazi dove agire e crescere diventano sempre piu' ridotti. Diminuisce lo spazio e il tempo, si moltiplicano i paesaggi, i landscape conosciuti. Ma dove un albero non ha il tempo di mettere radici solide ci riesce invece una pianta di trifoglio. Cosi' la pittura di Medile Siaulytyte si fa agile, mobile, da viaggio. Assunte le pratiche dimensioni di una cartolina, queste pitture su tavolette di legno si insinuano come erba veloce fra le poche crepe che il tempo e lo spazio ci lasciano. E crescono. E si moltiplicano restituendoci poi una visione d'insieme estremeamente indicativa dei sentimenti del nostro tempo: frammentazione e precarieta' dell'esistenza, ma anche una sorprendente capacita' di adattamento e di trovare soluzioni seppur non definitive almeno capaci di superare l'ostacolo piu' imminente. Ed andare avanti. Ed e' questo che ci viene in mente scorrendo fra le mani queste pratiche pitture mobili, brevi messaggi da un futuro incerto, ma comunque, un futuro.

"TEXTURES" Di Francesco Costabile, Valerio Faggioni, Medile Siaulytyte

18 settembre 2009

L'esperimento sonoro/performativo nasce dall'esigenza di sperimentare la dimensione organica/inorganica nell'ambito dell'esperienza musicale. Le sonorità prodotte, mediate dai tessuti, rispondono al tentativo di creare reazioni emotive/sensoriali capaci di stimolare il nostro inconscio. Il suono organico, entrando in una cassa di risonanza che è il nostro corpo, ci offre la possibilità di riallacciare le connessioni col nostro stato prenatale.

Note biografiche

Medilè Siaulytyte già all’età di quindici anni esegue composizioni astratte di grande formato su carta da pacchi. Dopo aver frequentato la scuola privata del ‘disegnio libero’ a Vilnius, Lituania dove ha avuto l’occasione di apprendere diverse tecniche prosegue diplomandosi in Scenografia all’accademia di Belle Arti di Vilnius. Per ampliare la propria conoscenza decide di continuare i suoi studi in Italia. Grazie all’assegnazione di una borsa di studio ha l’occasione di studiare scenotecnica all’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino. Proprio durante la sua permanenza in Italia l’artista viene a conoscenza della Scuola Nazionale Di Cinema a Roma e decide quindi di intraprendere la carriera cinematografica. L’avvicinamento al mondo dello spettacolo sviluppa in lei un caratte curioso e sempre alla ricerca di nuove tecniche e suggestioni. Il suo percorso professionale all’interno del mondo del teatro si lega profondamente con il regista lituano Jonas Vaitkus, per il quale realizza quattro spettacoli nella veste di costumista e scenografa in completa libertà creativa.

Valerio Faggioni musicista e sperimentatore ha vissuto e lavorato per molti anni a Londra. E' uno degli autori delle musiche del documentario Biùtiful cauntri vincitore del Nastro D'Argento 2008. Maggiori informazioni su lavori e progetti sul sito www.valeriolab.com

Francesco Costabile è diplomato in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Tra i suoi lavori di cinema si ricordano "L'Armadio" ; "Dentro Roma"; "L'abito e il volto - incontro con Piero Tosi".

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"PUPAZZILLO" di Eugenio Pozzilli

dall' 11 al 13 settembre 2009

Tre giorni per conoscere PUPAZZILLO, la figura appena partorita dalla mente di Eugenio Pozzilli, istrionico grafico che presenta il suo mondo al pubblico in una “tre giorni” che si è svolta dall’11 al 13 Settembre.

Note biografiche

Eugenio Pozzilli nasce a Roma nel 1985, città dove vive e lavora tuttora. Ha frequentato il "Liceo Artistico Sperimentale di via Ripetta" conseguendo il "Diploma di Maturità Artistica con specializzazione Grafica". Successivamente frequenta la "Accademia delle Arti e delle Nuove Tecnologie" qualificandosi come professionista della grafica e del web design. Contemporaneamente e dopo gli studi è assunto in importanti agenzie di grafica e comunicazione dove affina le proprie competenze con la pratica lavorativa. Parla, legge e scrive in italiano, inglese e tedesco. Conosce e utilizza i moderni programmi di grafica, ma non ha mai lasciato da parte il disegno a mano libera continuando quindi a fare quadri e illustrazioni. Non ultimo, ama scrivere: capacità questa che, assieme alla grafica e all'illustrazione, dà alla luce brevi testi autoprodotti e curati in ogni singola componente.

scoprite le mille facce di Pupazzillo su www.eugeniopozzilli.it

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"RITRATTO DI GATTO:DALL'EMISFERO SUD A ROMA" di Elise Garnaut e Queenie Chow

dal 16 al 21 giugno 2009

Queenie Chow viene dal sud della terra, la Malesia, e Elise Garnaut dalla "fine del mondo", l'Australia, si sono incontrate nella Capitale grazie ad uno spirito comune che le ha portate fino a Largo di Torre Argentina, dove i famosi gatti di Roma si mostrano in tutta la loro bellezza. Elise Garnaut già da anni è volontaria presso il "Torre Argentina Cat Sanctuary"; questo le ha permesso di sviluppare un forte legame con i gatti, arrivando a conoscerli uno ad uno; da qui l'idea di fare il ritratto di ogni singolo gatto con lo scopo di caratterizzarli, raccontare la loro storia, dargli un nome e un volto per dichiarare che gli animali non sono numeri ma esseri viventi come noi. Le opere che ha creato sono un omaggio a tutti i gatti di Torre Argentina, alla loro bellezza, al loro coraggio, alla loro tristezza e, malgrado tutto, al loro spirito di sopravvivenza. Anche le opere di Queenie sono un omaggio a tutti i gatti; il suo stile spontaneo e l'uso di luce e colori raccontano la gioia e l'allegria che sanno esprimere. Le due artiste collaborano nella realizzazione di una mostra che prenderà vita grazie anche alla collaborazione di diversi artisti che si presteranno a creare diversi momenti di incontro: primo appuntamento con la performance del duo Catacoustik. (Sergio Amico, chitarra e voce - Tim Colbourne chitarra ed eukelele), e ancora con il reading di Marco Lupo "Racconto breve di un gatto" e di "Nelson, il re senza occhio", racconto di Deborah d'Alessandro. Inoltre per questa mostra è stata creata una serie, in edizione limitata, di cartoline e posters il cui ricavato andrà al Torre Argentina Cat Sanctuary insieme ad una percentuale dei ricavi dalla vendita delle opere originali.

Note biografiche

Queenie Chow

Nata a Bentong, Pahang, ha studiato a LimKokWing University College of Creative Technology. Questa formazione le ha concesso di poter seguire una carriera in design e pubblicità. Nel 2000 ha creato un impresa di arte e artigianato. Ora ha realizzato il suo sogno e dipinge a tempo pieno. Le opere di Queenie sono un espressione di vita spensierata e felice tra gatti e personaggi bambineschi. Le loro espressioni di gioia, i loro pensieri immaginativi e naif, le loro semplici azioni sono catturate, nelle loro forme e linee, con un senso di colore e movimento. Le sue serie di quadri rappresentano svariate espressioni: dalla libertà alla purezza, dalla fiducia alla sicurezza, dall'amore alla sorpresa, fino alla curiosità ed al divertimento nella loro semplice vita. Per il futuro Queenie ha un progetto: viaggiare e fare dei soggiorni in diversi paesi proseguendo il suo sviluppo artistico. Per lei è una tale gioia vedere nuove forme d'arte e poter conoscere diverse culture e popoli. Tra i paesi che desidera visitare di più c'è il Giappone, gli Stati Uniti, la Francia, l'Italia, il Regno Unito e altri parti dell' Europa. Attualmente sta preparando una serie di mostre a Roma.

Elise Garnaut

Nata e cresciuta in Australia, negli ultimi anni ha scelto come base l'Europa. Ha vissuto ed esposto ad Hong Kong, in Olanda, Spagna, Italia, Inghilterra, Francia e Germania. Tuttora vive e lavora a Roma. Le sue opere uniscono le influenze dei grandi pittori europei come Matisse, Chagall, Rousseau e Klimt in uno stile vibrante, coraggioso e naif. I suoi quadri sono impregnati di tipici elementi orientali: i colori forti e brillanti dell'Australia, i motivi floreali dell'arte giapponese e le sintesi dei colori e delle linee. Le sue opere più recenti raccontano Roma ed i suoi gatti attraverso anche nuovi metodi d'espressione come la scultura, installazioni e performance artistiche.

Marco Lupo

Nasce a Heidelberg nei primi anni '80. La sua formazione letteraria lo portano a lavorare come redattore di un mensile, collabora con vari siti letterari, scrive soggetti e adattamenti per cinema e teatro. Per due anni è stato lettore e traduttore per la Newton&Compton. Scrive racconti: ne ha pubblicati due in rispettive antologie. Inoltre ha collaborato con gli Enenvolvo in qualit&grave di autore ed attore. Offre la sua voce per progetti cinematografici e teatrali. Attualmente è impegnato insieme a Stella Veloce, violoncellista e co-autrice nello spettacolo teatrale: "Interni".

Deborah d'Alessandro

L'autrice italo-americana nasce a New York, le sue origini la spingono a vivere in Italia per 20 anni dove lavora come insegnante di inglese con bambini ed adulti. Nella sua avventura italiana si ritrova a collaborare per 10 anni come volontaria presso il Torre Argentina Cat Sanctuary per il quale svolge un'importante e intenso lavoro di Public Relations. Nel 2002 pubblica il suo libro "Nelson. the one-eyed king - il re senza un occhio", un libro per bambini bilingue premiato per la non violenza dalla Regione Lazio. La scrittrice inoltre devolve tutto il ricavato del libro al Torre Argentina Cat Sanctuary. Attualmente vive e lavora a Nizza.




"Sogni" di Emanuela Rossoni

dal 5 al 12 giugno 2009

Emauela Rossoni ci accompagna in una passeggiata attraverso le sue suggestioni cromatiche che scaturiscono con grande vivacità dalla dimesione onirica, dimensione in cui l'autrice trova vibranti richiami alle immagini che si imprimono nella sua mente nell'osservare e assorbire il mondo che la circonda. L'uso dell'oro, del bronzo e del rame creano un'immagine immateriale, che si sublima nel confronto con la luce circostante coinvolgendo i colori vicini che acquistano dinamismo. Proprio come nei sogni, le immagini vengono potenziate nelle loro caratteristiche più salienti, i campi cromatici si trasformano incarnando gli stati d'animo più inconsci come specchio del proprio essere più profondo. I colori diventano parole che raccontano le sue visioni filtrate dalla psiche, attraverso un chiaro uso delle simbologie che nelle filosofie orientali vengono attribuite al colore. Guardare le sue creazioni diventa quindi un vero e proprio incontro con una persona che racconta se stessa e principalmente il suo rapporto con il mondo visibile.



"La danza dei sette veli" di Sevak Grigoryan

installazione Galleria 291 di V.Caruso e C. Colini

8 - 15 MAGGIO 2009

La galleria si trasforma nella corte di Erode, dove il rumore del desiderio sessuale copre ogni altra cosa, il suono stridente dell'accusa di immoralità diventa voce di trasgressione che si trasforma nel desiderio della morte stessa, della carne e del sangue. Il tutto è reso esplicito, impossibile distogliere lo sguardo dalla realtà che non vede possibilità di redenzione dall'essere materia pura. Posizioni sessuali che evocano i desideri scaturiti dall'immaginario dei personaggi di Erode e Salomè si impongono allo spettatore con prepotente chiarezza. Dietro all'elemento più palese dell'erotismo si nasconde la verità di una vicenda a metà tra drammaturgia e realtà storica che identifica in Salom&grave il simbolo della più perversa lussuria e della spregevole necrofilia, percorso o declino di un sentimento deviato dalla strumentalizzazione da parte della madre Erodiade, che trova così il suo cammino libero per proseguire nel suo peccaminoso matrimonio con Erode, a sua volta grande carnefice, che sotto la maschera del giustiziere elimina il bene e il male senza distinzione di sorta. L'artista interviene direttamente sulla superficie della galleria. Dando sfogo al gesto spontaneo del disegno, avvolgendo lo spettatore con le immagini che scaturiscono dalla giovane mente di Salomè. Grigoryan interagisce non solo con lo spazio, ma anche con il gruppo della Galleria 291, che mette in scena il dramma attraverso un'installazione che colloca ogni frammento dell'artista in una rete di sguardi, riportando gli elementi in una dimensione teatrale.

Breve nota biografica:

Sevak Grigoryan nasce in Armenia nella città di Yerevan nel 1979, nel 1990 frequenta il Centro Repubblicano di Educazione Estetica nella sua città natale con il "Gruppo studiosi della scultura" per proseguire poi il proprio percorso di formazione presso il liceo artistico " P. Terlemezyan", percorso che lo porta poi a diplomarsi in scultura presso l'Accademia di Belle Arti di Yerevan. La sua curiositè e dedizione alle arti plastiche lo portano fino in Italia dove lavora e studia, da prima all'Accademia di Belle arti a Firenze, poi a Roma, dove viene ammesso alla Scuola dell'arte della Medaglia dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, luogo in cui viene a contatto con tecniche che vanno oltre la scultura, avvicinandosi sempre più all'alchimia della materia. Nella sua carriera numerose le esposizioni che svolge nel suo paese, terra a cui è molto legato, tanto che nel 2003 realizza anche un'opera pubblica intitolata "Phoenix" nel tufo, per la piazza principale della città di Spitak. Attualmente vive e lavora a Roma.

Per ulteriori informazioni sull'artista e le sue opere consultare il link:http://silvanagallery.com/Artists/sculpture_artists/Sevak_Grigorian/Sevak_Grigorian.html

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M A R C O D I N I S C I A di Marco di Niscia

DAL 3 AL 10 APRILE 2009

Una selezione di scatti del 2008 che raccontano un percorso esplorativo durato circa cinque mesi alla ricerca di luoghi ormai abbandonati da tempo; luoghi vissuti attraverso un lento e profondo periodo di osservazione dello spazio, della luce e dei dettagli. L'autore attende il momento per aggiungere al suo sguardo la macchina fotografica, posizionato il cavalletto aspetta e sceglie con cura il momento in cui impressionare la pellicola. Quello che ci mostra è quindi semplicemente ciò che vede con i propri occhi, senza nessuna modifica, il mutare degli edifici si mostra nel suo naturale "essere", la natura, la luce o i writers fanno parte di una evoluzione del luogo che si avvia verso un nuovo stadio della sua esistenza.

Marco Di Niscia

Dopo essersi diplomato al liceo scientifico, viene catturato dalle filosofie orientali e si iscrive alla facoltà di Studi Orientali presso la Sapienza di Roma frequentandone un anno; successivamente si avvicina alla fotografia frequentando l'Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata (ISFCI) a Roma; di lì in poi la sua esperienza lavorativa lo porta a realizzare un reportage sulla settimana santa a Castel Sardo in Sardegna, quindi a lavorare come fotografo per la Festa Internazionale del Cinema di Roma nel 2008. Si avvicina anche al teatro come fotografo di scena. La sua attenzione verso il dettaglio lo porta inoltre a realizzare una istallazione intitolata "erotic tools" all'interno del "festival itinerante" chiamato MICROCUCINA in cui l'autore ritrae utensili da cucina in "pose erotiche". Marco Di Niscia è quindi un giovane autore in continua esplorazione capace di approdare in ogni contesto cercandone una comprensione profonda.




O U T S I D E L I F E di Maria Carmela Milano

DAL 20 AL 27 MARZO 2009

Grazie alle suggestioni e all'aiuto di Massimo Troncanetti

Cura e Ufficio stampa Francesco Russo tel +39 06 960 463 71 - e-mail: f.russo80@gmail.com

Una serie di autoscatti dal titolo OUTSIDELIFE, attraverso i quali l'artista, racconta il proprio corpo, un corpo che si osserva e si contempla nel flusso delle continue mutazioni della carne, cogliendo in maniera ironica, e a volte drammatica, forme espressive di esperienza emotiva. Mediante l'uso di specchi, lenti, luci, gli stati d'animo prendono forma, in un Tete-a-Tete ipnotico e sensuale col proprio se. La vita fuori, diviene quella di colui che si trova di fronte alla lente e che accede, attraverso questa, ad un mondo nuovo, pieno di potenziale suggestivo.

La miscela di apparecchiature digitali - webcam e morphing - e congegni deformanti di tradizione piu' antica - specchi concavi, lenti riflettenti e camere ottiche - crea un connubio, a metà strada tra magia e scienza, finzione e realtà, evocando una suggestiva atmosfera da laboratorio alchemico e ponendo un forte accento sulla natura stessa dello sguardo umano, ingannevole in alcuni casi e rivelatore in altri ancora.

La componente installativa e' materiale di fruizione inscindibile dalle fotografie. Attraverso di essa e con essa, lo spettatore, il voyer, diviene scrutatore meticoloso e attento all'intimità altrui e artefice in prima persona, delle infinite possibilità di contemplazione e deformazione delle immagini proposte.

L'epifania dell'opera si rivela dunque, nell' intimità svelata dall'approssimarsi dello sguardo che attraverso lenti specchi e box luminosi, si immerge in una delicata e ironica dimensione visiva.

PORTFOLIO (.pdf)




P A P E R M O O N di AGNIESZKA WOJTANOWICZ, KATARZYNA GORNIK, MARCELA IRIARTE

DAL 7 AL 13 MARZO 2009

SOGNI . ILLUSIONI . VISIONI

Tre artiste, tre mondi e tre stili, un linguaggio comune: il Collage

Paper Moon, un percorso che esplora il concetto di memorabilia attraverso un'arte fatta di carta, colla e immaginario. Assemblando differenti frammenti di immagini, su una tela, su un pezzo di plastica o su una scatola, si crea un "nuovo passato", un passato che si costruisce sulla memoria di attimi sognati. Nella tessitura delle opere, nella stratificazione delle tecniche riecheggia l'incessante opera rinnovatrice del ricordo, che attraversa le maglie del presente con la forza dell’evocazione onirica.

Le tre artiste, come collezioniste ossessive, accumulano immagini, senza tesaurizzarle ma smembrandole, per costruire ricordi di attimi mai vissuti. Un'esposizione che prende vita da una selezione di collage dipinti, collage fotografati, collage tridimensionali, stampati e reinterpretati attraverso la manipolazione digitale; una mostra nutrita di quei simboli che suggeriscono la sensuale complessità e le contraddizioni contenute nei sogni.

per vedere altre foto visita la galleria fotografica di Antonella Di Girolamo





 

TEMPORARY SHOP

LE BROCANTEUR di primavera

Dal 21 al 24 Maggio 2009

tornano paolo e palma

Un viaggio attraverso le età e e riti di passaggio della società nel XX secolo. Articoli provenienti dalla Francia che ricordano i gesti legati a quotidianità ormai perdute.

abiti, bijuox e antiquariato

per maggiori informazioni su abiti e antichità contattare Paolo e Palma +39 3490845634







LE BROCANTEUR - Motivi Francesi

Dal 6 al 13 Dicembre 2008

si aprono le valigie di paolo e palma

Per una settimana potrete curiosare tra i brocaunt e i granier scovati da Paolo e incontrare la cretivita di Palma attraverso la sua collezione di abiti unici ispirati dal  loro lento viaggio attraverso le strade di Francia.

Un Piccolo angolo di Francia viene ricreato per pochi giorni all’interno della galleria grazie agli oggetti, ai ricordi, alle essenze e alle sensazioni che i due viaggiatori, Paolo e Palma, portano con se nelle loro valigie d'epoca. Galleria 291 Est li ospita per una sosta prima di ripartire, e le loro valigie si aprono per mostrarci un fantastico tesoro accumolato durante un lungo viaggio che parte dalla Toscana, nel cuore della Maremma e li porta fino alle terre più a nord, nella romantica Bretagna. Una settimana per scoprire colori, sapori e sensazioni di Francia.



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