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Galleria 291 Est è un salotto aperto a tutti i soci per incontrarsi, condividere idee e progetti, ma è anche uno spazio che può ospitare mostre, eventi, incontri e temporary shop, offrendo la collaborazione dei soci stessi, che mettono a disposizione le loro competenze per la realizzazione e organizzazione dei diversi momenti di incontro.

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LA GALLERIA

Per informazioni sugli artisti o per l'acquisto delle opere esposte contattare l'associazione al +39 0644360056 o mandare una mail a info@galleria291est.com

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ARTISTI

Hanno esposto da noi:

 

Agnieszka Wojtanowicz . Alberto Morena . Anna Legge . Annabella Cuomo . Chiara Mu . Davide Del Prete . Elise Garnaut . Emad Haddad . Emanuela Rossoni . Eugenio Pozzilli . Francesco Costabile . Francesco Scirè . Gionatan Salzano . Guendalina Salini . Jessica Gaudino . Jole Falco . Katarzyna Gorni . Kawamura Gun . Kirsten Lyttle . Lionello Recchia . Luigi Miranda . Luigi Rizzo . Marcela Iriarte . Marco Baroncelli . Marco Di Niscia . Marco Scola . Maria Carmela Milano . Maria Pia Picozza . Massimo Nolletti . Medilè Siaulytyte . Palù DeAndrade . Queenie Chow . Sara Graziosi/Shelly . Sevak Grigoryan . Valerio Faggioni . Virginia Colonnella . Federica Terracina . Kawamura Gun . Matteo Mignani . Lorenzo Mastroianni . Alessandro Rosa

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MOSTRE E MANIFESTAZIONI

Blink Photographic Circus

di Lorenzo Mastroianni

In mostra dal 31 Ottobre all'11 Novembre 2011

La serata del 31 Ottobre, nella notte di Tuttisanti, riserva un “mondo delle meraviglie” a chi vorrà trascorrerla presso la Galleria 291 Est, sancendo la proposta inaugurale di un’esposizione unica al mondo: Blink Photographic Circus. Ciò che verrà presentato è un evento raro: una galleria d'arte in miniatura, proposta in soli 2 mq. Questo micro e strabiliante progetto artistico itinerante, dopo tappe quali quella alla Rinassense Roma, al Loft 21 di Milano, al Barbagianna Casa d’Arte Firenze, al Ferrara Buskers Festival, alla Staatse Galerie Stoccarda, alla Biennale Internazionale di Firenze e alla Carpe Viam Roma Centro Elsa Morante (solo per citarne alcune), approda alla Galleria 291 Est fino all’11 Novembre, per poi riprendere il tour nel 2012 con tappe europee di rilievo quali Palazzo Loeven Berlino, Infantellina Contemporary Art Berlino, Royal Opera Arcade Londra, A.M. Art Bruxelles, Artevistas Gallery Barcellona, Sziget Festival Budapest. Il Blink Photographic Circus, che sviluppa il suo progetto in Blink Micro Gallery e Claire Noise Micro Film, è un’esposizione fotografica ideata, progettata e realizzata da Lorenzo Mastroianni. Lunga 400 cm e alta 30 cm è la Galleria Itinerante più piccola del mondo: al suo interno 20 fotografie da osservare con una lente d’ingrandimento. Tali foto sono tratte dall’onirico lavoro fotografico Claire Noise (Grotesque Photography), progetto di ricerca artistica realizzato proprio da Lorenzo Mastroianni nel 2009. Le pareti interne alla micro galleria, completamente realizzate a mano enfatizzano il gusto retrò alla base del progetto. Tutto questo rende la Blink Micro Gallery, a sua volta, un’opera nell’opera. Qualcosa di unico ed irriproducibile, strutturata e pensata per un singolo visitatore per volta. La sospensione temporale dello “spettacolo” è inevitabile: l’uso della lente d’ingrandimento, studiata ad hoc per isolare lo spettatore lo conduce ad un rapporto diretto e intimo con l’opera stessa, indotto dalla visione dal video di “ingresso” alla micro gallery. Il video, della durata di 3 minuti, interamente realizzato da Lorenzo Mastroianni mediante la tecnica della stop – motion, è un concept project di ben 4000 scatti, prodotto della Claire Noise Micro Film. L’apertura, sarà accompagnata, in un’atmosfera da circo delle meraviglie di inizio Novecento, dal Sensantional Freak’s Party, organizzato dal direttivo e dai soci della Galleria: un circo nel circo.

Guarda il video: MICRO FILM CLAIRE NOISE




"Dual Site" di Maria Carmela Milano e Alessandro Rosa

a cura di Manuela Pacella e Gianluca Brogna

In mostra dall'8 al 22 Ottobre 2011

Risultato di un percorso e di un progetto condiviso, la mostra di Maria Carmela Milano (Polla - SA, 1976) e Alessandro Rosa (Roma, 1982) – che inaugura in occasione della Giornata del Contemporaneo 2011 promossa da AMACI - si presenta come il resoconto di una ricerca sul concetto stesso di esposizione. Gli artisti hanno voluto procedere con un rigore metodologico che sembra preso in prestito da un procedimento scientifico, articolando la mostra in differenti e successive fasi di sperimentazione.
Ulteriore elemento che viene a comporre l'elaborato progetto espositivo ideato dagli artisti è la riflessione sul tempo. DualSite, infatti, non è il momento conclusivo di un processo creativo ma descrive uno sguardo in itinere di un percorso già iniziato ma non ancora concluso. Milano e Rosa hanno voluto sovvertire e ridiscutere il concetto di mostra come confronto “hic et nunc” fra lo spettatore e l'opera. Le opere esposte si presentano come semplice documentazione consultabile e visibile: progetti, disegni, bozze, video, rendering e maquette.
La mostra, ovvero le mostre si manifestano senza visione, sono sottratte volontariamente all'occhio indagatore del fruitore. Il risultato del lavoro, l'oggetto-feticcio costruito in “bottega” viene svuotato del suo valore semantico di “contenuto” (opera esposta) nel tentativo d'instaurare un confronto con il suo “contenitore” (luogo espositivo). DualSite vuole “mostrare” un procedimento di alterazione del rapporto fra contenitore e contenuto riflettendo sul valore dei ruoli a loro attribuiti nel sistema dell'arte contemporaneo. La “documentazione” esposta in galleria rappresenta un continuum temporale fra la prima mostra, installata in un luogo non espositivo con opere già esposte in altre occasioni, e una seconda mostra che presenta solo bozze e modelli e che potrebbe essere il presupposto di un lavoro/ o più lavori da sviluppare successivamente.



"16 Personaggi in cerca d'attore" fototessere dal festival di Venezia

di MATTEO MIGNANI

CATALOGO OPERE (.pdf)

In mostra dal 16 al 30 Settembre 2011

La mostra è organizzata dalla Galleria 291 Est in collaborazione con il Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici (Sngci).

“Avevo poco spazio, un metro scarso di muro bianco, poco tempo e decine di facce bellissime da fermare e inquadrare in cinque secondi. C’era sempre confusione, fretta e una folla di fotografi. Le condizioni ideali per distruggere ogni posa.” Nasce così il progetto di Matteo Mignani, che alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, di fronte alle “celebrities” inizia una caccia alla “fototessera” migliore, catturando l’identità di un momento. I personaggi cinematografici affiorano all’improvviso sui loro volti noti. Una sorta di “caccia alle farfalle” sulla passerella del festival, affascinanti figure da mettere nelle rete dell’obiettivo, per dar vita a una collezione potenzialmente infinita di “identità”. Ad ogni scatto il fotografo si domanda se mai potrà trovare rappresentata la vera personalità di un soggetto, invitando lo spettatore a scovare sfumature e dettagli delle micro espressioni dei ritratti, camminando sul confine sottile tra realtà e finzione, tra verità e improvvisazione, tra arte attoriale o spontaneo edonismo. “Mi attira molto il concetto della fototessera. È un oggetto meta-fotografico, è lo scatto base, il livello zero della fotografia. Sapere che tutti ne abbiamo una in tasca è un pensiero che mi rassicura e mi incuriosisce. Per un curioso gioco tra essere e apparire”.

Biografia

Matteo Mignani nasce nel 1974 in provincia di Bergamo. Dopo l’università a Pavia, dove studia Lettere, lavora nel campo dell’editoria a Milano. Nel 2008 carica la sua biblioteca e il suo basso su un furgone e si trasferisce a Roma dove la fotografia, che ha sempre coltivato per passione, diventa un lavoro. Si divide così fra fotogiornalismo e cinema, partecipando alle più importanti manifestazioni cinematografiche italiane come la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il Festival Internazionale del Film di Roma e i premi “Nastri d’Argento”.





"UN REGALO, UN ORO DENTRO L’OMBRA"

di ANNABELLA CUOMO

In mostra dal 18 Giugno al 30 Luglio 2011

a cura di: Vania Caruso

In una luce che non svela per proteggere, che nasconde dai predatori e dall’uomo, che allontana i facili simbolismi, vivono le rappresentazioni animali di Annabella Cuomo. Animali scomodi, impopolari, selvatici. Il ricevere inaspettatamente qualcosa che non si cerca, che non si conquista, che arriva all’improvviso; andando oltre la nostra volontà, non si rifiuta. Incontrare un animale selvatico è un regalo, è il momento in cui entriamo in contatto con le basi biologiche della vita. La Cuomo racconta la poesia della mitosi e la necessità della apoptosi. Un sentimento di bellezza e di dolore pervade i suoi animali, sdoppiandosi danno vita ad esseri reali nella coscienza. La stessa separazione di un unico afferma la necessità di catturare simultaneamente istinto e ragione, scienza e poesia, scolorendone i confini fino al raggiungimento dell’albedo. Pittoresco, grottesco, passionale, istintivo, primitivo, imperfetto, violento, morboso, malinconico, magico e miracoloso, termini Romantici per il lavoro di Annabella Cuomo, artista che nuota nell’ombra del mondo animale, mondo da esplorare alla ricerca della bellezza di una vita nascosta, essenziale, bestiale, vera. In ambienti umidi ma non morti, una mistica della scienza.

Vania Caruso, Ilde Lazzara



Still Waters

Un progetto di FEDERICA TERRACINA

CATALOGO OPERE (.pdf)

In mostra dal 19 Maggio al 2 Giugno 2011

Direzione artistica: Federica Terracina

Fotografia: Davide Adamo

Con la gentile partecipazione di: Eleonora Tozzi, Diana di Gennaro, Felicia Bianco, Flavia Riccardi, Szcymon Pigula

Still Waters è un progetto fotografico e un’istallazione site-specific nata dalla mente creativa di Federica Terracina. Il risultato di un lungo lavoro di ricerca e indagine che ha aiutato l’artista a prendere una posizione, a trovare ispirazione e motivazione nella realizzazione dell’opera. Quest’ultima, partendo da un artificio sul linguaggio pubblicitario, si propone di arrivare alla consapevolezza di quanto cambino gli scenari metropolitani in relazione alla produzione di rifiuti. Mettendo in scena la creazione di una linea di moda, l’artista crea abiti confezionati con materiali di riciclo a basso costo. Alcuni dei materiali provengono dall’associazione ReMida di Biella che presenta un modo di pensare all'ecologia valorizzando gli scarti come oggetti, utili per vivere un'esperienza creativa ed educativa nel rispetto dell'ambiente. Ad interpretare i modelli “ri-usa” giovani studenti e lavoratori inserendoli in uno spazio tragicamente comune. Nel lavorare per recuperare rifiuti vi è l’intenzione di trattenerli, usarli come traccia per chi resta e anche di sfruttarli, prendendo una posizione politica in merito alla gestione dei consumi. La mostra è il risultato di un connubio tra arte e techné che vede l’incontro tra l’immaginario di Federica e l’occhio attento del giovane fotografo napoletano Davide Adamo. Foto patinate, studio attento della luce per ricalcare le formule note al mercato della moda, quasi a volere provocare un sistema che gratuitamente insulta la nostra consapevolezza e minaccia la salute di tutti noi. Il progetto si è arricchito della componente sonora, registrazioni che narrano il percorso per arrivare ai set fotografici e in luoghi di scambio di merci, come il mercato, il porto, i magazzini. Un progetto ironicamente amaro che descrive e denuncia la mancanza di responsabilità da parte di una generazione passata e ancora presente.Una riflessione su uno status quo che si ripercuoterà nel futuro con effetti che vanno dal preoccupante al catastrofico.

Ilde Lazzara



Noi Siamo Nudisti Timidi

di Kawamura Gun

dal 1 al 15 Aprile 2011

Una maschera ci dice di più di un volto (Wilde)

CATALOGO OPERE (.pdf)

Il movimento dei nudisti timidi, creazione e ultima frontiera dell’universo paradossale di Gun Kawamura, sarà in mostra a Galleria 291 est dal 1 al 15 Aprile. Opere pittoriche e video presenteranno la sua visione ironico, ludico, erotica . Paesaggi urbani e strutture parossistiche , prospettive letargiche e proporzioni emotive, Gun Kawamura da vita ad un movimento di nudisti che timidamente si affacciano nel panorama quotidiano, spezzandone le regole e i ruoli con la loro nudità. Un nudo difeso dall’apparente anonimato dei volti, che permette ai personaggi impressi sulla tela una libertà, altrimenti blasfema, che rimanda a riti tribali riformulati in giochi d’infanzia. La convivialità, i giochi di quartiere, i pic-nic, le maratone cittadine, vengono snaturate dall’individualità e riportate ad una rappresentazione pungente e beffarda dei ruoli che ciascuno di noi interpreta nella propria fame di riconoscimento. Gun preferisce costruire una maschera sui volti, una maschera neutra, bianca, dove sono gli occhi ad assentarsi, mettendo in evidenza il rosso delle bocche. Le uniche che mangiano, sorridono, mostrano i denti, paiono afone, conservano il tentativo di mostrare intenzioni. I suoi personaggi, a volto coperto e sfacciatamente nudi, si muovono in un contesto urbano canzonando il pudore del corpo nudo. Un tentativo forse di annullare le differenze e rendere con amara evidenza lo sberleffo alla cultura contemporanea ormai persa nello sforzo di controllare attraverso l’omologazione. Lo stesso artista afferma: “ La risata nasconde la mia timidezza, c’è una parte di me che prova vergogna, un’altra che affronta le cose con un riso amaro” e anche “sono paralizzato nella realtà, ciò che prende forma nei miei quadri se da un lato me ne vergogno, allo stesso tempo per me è una sfida, vedere fino a che punto io non esplodo a vedere le cose che stanno dentro di me, non voglio limitarmi e allo stesso tempo allargare il mio limite è una sfida dentro di me.” Nascondersi, mostrando spavalderia e scioltezza, provocazione e assordante derisione del prossimo, nascondersi, il dramma di svelare la propria natura, mantenere prudenza sul passato, mostrare potere sulle proprie emozioni, tenere fede al potere catartico dell’ironia. Cosa nasconde la timidezza? Gun stesso cerca di prenderne le distanze, concentrandosi solo sul presente e mantenendo riserbo e pudore sul passato:“l’ultimo momento che ho vissuto è il migliore”, afferma. Può forse questo preservare qualsiasi malinconia?

Ilde Lazzara




Ballarò e dintorni

di Francesco Scirè

dal 19 al 26 Marzo 2011

La mostra sarà correlata degli scritti di Francesca Romana Capone. Con la collaborazione di Lucrezia Alessia Ricciardi

CATALOGO OPERE (.pdf)

Il mercato è una sinestesia vivente. Anche le persone si mischiano al mercato. Infilarsi in uno di essi significa farsi trascinare dal gioco. Così Francesco Scirè scivola nei mercati di Palermo e ci trascorre il suo tempo. Non ne resta fuori come giudice imparziale. Si sporca le mani, si impregna di odori, si fa ingrediente di questa miscela saporosa di uomini e cose. Punti di fuga, prospettive inedite, come l’ordito di un tappeto, i suoi scatti. Che questa sia la città di Scirè non stupisce: ogni fotografia è denuncia e atto d'amore insieme. Una variegata rappresentazione di una umanità che nel mercato trova il suo sapore più antico. Frammenti di storie. Pensieri nella testa di uno che cammina nel mercato, guarda i banchi, soppesa le merci. Che si volta a sbirciare quell’angolo di muro, quel cumulo di spazzatura, quello squarcio di cielo. E spia la gente. I venditori consumati dal troppo gridare, gli avventori dei bar, le ombre dietro le finestre accostate dei palazzi in rovina. Ripercorrendo con la mente le tappe del viaggio per immagini di Scirè: così nascono anche le didascalie che accompagnano le sue foto.

I mercati di Palermo Il mercato è una sinestesia vivente. Un luogo dove i sensi si incontrano e scontrano, si contaminano e scambiano in un impasto cangiante. Colori che hanno un profumo, sapori che gridano, polpe succose che si offrono lascive. Uno spazio magico dove il tempo si sospende come una camicia appesa ad asciugare al sole. Anche le persone si mischiano al mercato. Vicinanza fisica di spalle che si toccano, sporte che si strusciano, mani che scambiano merci. Vicinanza ideale di ricette regalate, di frutti che raccontano altre terre, di parole e sorrisi che rimbalzano negli spazi angusti tra i banchi. Infilarsi in un mercato del Sud, con la sua esuberanza quasi violenta, significa farsi trascinare nel gioco. Entrare a far parte di un microcosmo dove non esiste classe sociale, differenza etnica, distacco intellettuale. Uomini e cose, cose da mangiare soprattutto. L’essenza, il nocciolo, il cuore dello scambio comunitario. Così Francesco Scirè scivola nei mercati di Palermo. E io lo so che porta con sé una macchina fotografica, che per scattare si ferma, inquadra, soppesa. Eppure ciò che vedo è la continuità brulicante delle persone, ciò che sento sono le grida che magnificano la merce, ciò che inspiro è l’aria pesante di odori: basilico che punge le narici, carne sanguinolenta che tocca la gola, spezie che stuzzicano lo stomaco, pesce fresco che sa di scoglio arso. No, non si annulla il fotografo. Piuttosto entra a far parte del mondo che ritrae. Non resta fuori come un giudice imparziale, l’occhio di dio tra le nubi. Si sporca le mani, si impregna di odori, si fa ingrediente di questa miscela saporosa di uomini e cose. Magari spostato un po’ in là. Di lato o, spesso, dietro. Punti di fuga di prospettive inedite, come studiare l’ordito di un tappeto, le fondamenta sotto al palazzo, il volto vero dietro il trucco. E ci passa tempo, Scirè, in questi mercati. Tra uno scatto e l’altro trascorrono mesi, a volte anni. Ma il tempo non esiste nel suo scorrere qui. L’arrotino continua ad affilare lame da cent’anni, la vecchina a pesare i suoi limoni, il pesce spada a esporre il suo rostro. Semmai è profondità, occhio che scava nello spessore dell’immagine, ne cava fuori ciò che permane comunque. Ciò che non cambia, ciò che resta sempre uguale al fondo del rito pagano del mercato. Gli scatti hanno la consistenza della realtà, la sua grevità. Fatta di muri scrostati, spazzatura ai bordi delle strade, baracchini arrugginiti. L’agonia, la sontuosa decadenza di Palermo. Grigiume di monnezza e splendore di “muluni” e “pummadoru” . Come una regina caduta in disgrazia, sporca, stracciata, ma ancora coperta di gioielli. Eppure nel mercato la regina non chiede l’elemosina. Mette in mostra ancora il lusso, la dignità altrimenti perduta. Che questa sia la città di Scirè, i suoi posti e la sua gente, non stupisce: ogni fotografia è un atto d’amore. Ferma, di ciò che vede, il senso segreto di bellezza. Perché sono belle le “aulive” e maestoso il tonno. Ma è bello anche quel muro diroccato che fa da quinta al passeggiare di donne indiane o magrebine, è bella la tenda candida e perfettamente stirata a coprire un balcone che, a momenti, potrebbe crollare giù. Sono belli persino quei tre cassonetti in fila che annunciano il mercato; sono belli perché sanno raccontare una storia. Come tutti gli atti d’amore, questo di Scirè è anche un atto di accusa. Le sue immagini carezzano una città che muore, ne raccolgono i palpiti di vita, ce li offrono come a dire: ecco, c’è qualcosa da salvare, c’è molto, ma bisogna fare in fretta. E la città è chi la abita, un’umanità che, nel mercato, ha un sapore antico di vita per la strada. Uno sgabello trascinato sul marciapiede, il gatto accoccolato un po’ più in là. Un giro di carte al tavolino del bar, condito da racconti epici che l’alcol dipinge di fantasia. Uno scambio sorridente sopra il banco del pesce, ché gamberi così dove li vuoi trovare? Persino la religione ha il suo posto. Una religione meticcia, perché tutto quello che entra nel mercato è destinato a perdere identità per farsi di tutti. Santini appiccicati sul baracchino arrugginito, collezioni di ex voto di famiglie di pescatori che, per tornare a casa ogni giorno e avere qualcosa da mangiare, sono dovuti scendere a patti con Dio. E poi il culto tanto più umano dello scambio, del “questo va per quello”. Soldi contro merce, tradizioni contro primizie, sorrisi contro saluti. Che pare quasi di sentirle le voci che si inseguono, le preghiere laiche strillate dai venditori, le benedizioni di chi ha trovato ecco, proprio quella pesca “tabacchiera” che andava cercando. E allora queste foto sembrano chiedere a un Dio dimesso di scendere a terra, camminare per queste strade ingombre, farsi largo tra odori corposi e uomini dignitosi, appoggiarsi a un muro mezzo diroccato, seguire i passi del ragazzo che spinge la sua carrozzina carica di pesce, e tornare a farsi umano. Perché solo così si può capire questa città e, dentro la città, il mercato. Da uomo tra gli uomini, impregnato di umori e sudori e sapori. E solo con questo sguardo tanto umano, che Francesco Scirè possiede, pieno insieme di amore e rabbia, si può fermare in immagini questo contrasto vivente. E urlare la sua bellezza che muore.

Francesca Romana Capone

Francesco Scirè

Ingegnere elettronico e fotografo. Nasce a Palermo nel 1964. Dopo gli studi di ingegneria, si trasferisce a Roma dove attualmente vive e lavora e dove la sua passione per la fotografia diventa parte importante della sua espressione. Scirè inizia a lavorare con la fotografia agli inizi degli anni ottanta con una Minolta analogica. Abbandona poi il mezzo analogico nel 2006, entrando nell'era del digitale con la Canon (EOS 400D). Il rapporto con il mezzo digitale sviluppa in lui una forte ricerca del dettaglio per creare uno sguardo di insieme in cui ogni particolare elemento fondamentale nella composizione. Ha partecipato all'edizione 2009 del concorso fotografico internazionale National Geographic e ancora alle due edizioni 2009-2010 del concorso Sony World Photography Awards. Sempre nel 2009, Scirè partecipa con una selezione delle sue fotografie nella collettiva dal titolo “La declinazione della gioia” nell'ambito del Festival Internazionale della Fotografia a Roma. All'inizio del 2010, Scirè ha esposto le sue fotografie presso la galleria Galleria 291 Est di Roma nella sua prima mostra personale dal titolo “ESTERNO GIORNO”. Infine, nel gennaio del 2011, presso l'enoteca Vi(ci)no, è stata presentata una anteprima della sua mostra personale “Ballarò e dintorni”.

Francesca Romana Capone

Francesca Romana Capone (Roma, 16 novembre 1974), ha esordito in narrativa nel 2006 con la raccolta di racconti “Quello che non ti ho detto” (La Tartaruga – Baldini Castoldi Dalai). Nel 2007 il suo racconto “Genova tra le gambe” è apparso nell’antologia Irresistibili bastardi (Fratelli Frilli editore), mentre nel 2008 il racconto “Nuvole di cipria” è stato pubblicato nella raccolta “Un libro da Impresa (Alitalia)”. Laureata in storia dell’arte, da quindici anni lavora nella comunicazione istituzionale e scientifica.




"Aquarela"

di Palù DeAndrade

dal 2 all' 11 Marzo 2011

Qual' è il volto del Brasile? Qual' è l'essenza dell'anima brasiliana? Difficile rispondere, poiché si parla di uno dei più grandi paesi al mondo: quasi trenta volte più grande dell'Italia, accoglie duecento milioni di persone dalle origini più disparate: africane, indi, tedesche, giapponesi, olandesi, francesi, italiane... L'artista Palù de Andrade, brasiliana trasferitasi a Roma, giunge all'anima del Brasile usando le immagini del proprio popolo, dei suoi paesaggi, delle sue icone. Per cogliere tale anima occorre guardare queste immagini da vicino, osservarne i dettagli, percepirne i contrasti. Una "intimità" tra l'opera ed il fruitore che permette di decifrare e capire una nazione; la sua bellezza, la sua allegria, il suo dolore. Con la sua installazione Palù de Andrade percorre il suo paese di origine carpendone il ritmo, l'imprevisto, lo stupore, la povertà. Nel sorriso di una 'sambista' o nella solitudine di un bambino di strada, nell'incanto delle spiagge o nell'aridità delle 'favelas', questo è il Brasile di Palù: complesso, ricco, diverso, vero. Un Brasile che accoglie chi è disposto a guardarlo senza pregiudizi e con amore. Da vicino.

Klester Cavalcanti

Giornalista, redattore di cultura del "ESTADÃO- Jornal do Estado de São Paulo" e scrittore brasiliano.



BE POP, LAY OVER

di Marco Scola

dall'11 al 18 Febbraio 2011

Rivelando la sua attrazione nei confronti dell’estetica della Street Art, Marco Scola utilizza indiscriminatamente tutte le tecniche per rappresentare icone popolari tramite un linguaggio immediato. La sua visione è diretta e onesta; col gesto pittorico accompagna le figure serigrafiche fuori dalla tela, e chiede allo spettatore di intraprendere un percorso di lettura in cui la sua stessa conoscenza e cultura sono l’elemento catalizzatore dell’opera. L’artista ci seduce con immagini e colori racchiusi in opere fatte di parole, didascalie e icone; evoca tavole medico-anatomiche leonardesche in cui le raffigurazioni scientifiche sono affiancate da testi; il concetto dunque diventa un’analisi anatomica. Con occhio critico affronta le problematiche umane ed antropologiche dal punto di vista gnoseologico, facendo affiorare limiti e validità della conoscenza umana. L’uomo viene vivisezionato sia fisicamente che spiritualmente, rivelando la sua contraddittoria esistenza. Marco Scola mostra contemporaneamente tutte le icone che l’essere umano ha creato per dare credibilità alle proprie “dottrine”, icone usate, prosciugate e poi gettate nel meltin’ pot della cultura popolare. L’elemento di “mercificazione” dell’immagine e soprattutto del corpo è ricorrente in tutto il suo lavoro, e già in opere come “American Sushi”, gli elementi di dissacrazione e di martirio della figura umana sono presenti in una sfera che galleggia sul filo dell’amara ironia e dell’irriverenza.

Vania Caruso

Marco Scola è nato in Sicilia, nella città di Catania, nel 1978. Nel 1999 si è trasferito a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti; durante gli studi continua a sviluppare ed approfondire la sua ricerca. Attualmente vive e lavora a Berlino ed avvicina la sua ricerca alla street art. Il suo lavoro non pone limiti alle tecniche usate, sfrutta tutti i tipi di media in assemblaggi totalmente liberi da identificazioni di genere.

Personali:
2009 - “Room for Rent”, W.I.R gallery, Berlino
2008 - “Beautifuls Freaks”, W.I.R Gallery, Berlino
2007 - “Ultraviolet ", Stitch Project
2006 - “Eat Me”, Budo shop design, Madrid
2005 - “La Stanza dei Desideri”, Reparto pediatrico     
              Ospedale “Sandro Pertini”, Roma
2004 - “American Sushi”, Café Bohemien, Roma
2004 - “ Il corpo corrotto”, Rashmoon, Roma
2004 - “Castello Contemporaneo”, Castello
              di Caparbio, Vincitore premio acquisto Banca     
              dell’Argentario




GLI SPINATI

di Serena Scionti

dal 19 Novembre al 3 Dicembre

Galleria 291 Est è lieta di presentare una mostra in cui entrare in contatto con la tradizione, la cultura popolare, la storia, le superstizione e la fede. Serena Scionti racconta attraverso questa mostra fotografica la storia degli “Spinati”. Con approccio antropologico si immerge nel mondo di questi penitenti fedeli, per assaporarne il pathos della processione verso la chiesa contenente l’effige di San Rocco di Montellier protettore dei pellegrini e degli appestati.

L’antico rito degli Spinati che, precede la processione in onore di San Rocco, come voto penitenziale, rivive ogni anno nelle strade di Palmi. La città è meta di migliaia di pellegrini provenienti da ogni angolo della Piana di Gioia Tauro e non solo. La gran parte giunge per seguire la grandiosa processione dietro alla statua di San Rocco; qualche centinaio di essi, invece, viene dal grande Santo per rispettare un voto o per implorare una grazia. Gli Spinati, sono donne e uomini, ragazzi, giovani, anziani, che seguono la processione con una corona o un mantello di arbusti spinosi che cingono il capo o il corpo intero e a piedi nudi seguono la statua del Santo, portata da ventiquattro giovani, i quali, si tramandano il privilegio per eredità. Con il passare delle ore, le spine lacerano la pelle e il sangue scende a rivoli. Le spine per chiedere una grazia, o come ringraziamento per una ricevuta, in una sorta di ancora vivo autodafé. (Il nome deriva dal portoghese auto-de-fè cioè atto di fede, e fu il cerimoniale giuridico più impressionante messo a punto dall’ Inquisizione). Una manifestazione di autentica fede religiosa che affonda le sue radici in antichissimi riti popolari in cui si mescolano misticismo e paganesimo. Sono espressioni, con le loro profonde differenze, di una identica concezione del voto penitenziale che viene tramandata da remote manifestazioni fideistiche popolari, dalle molte implicazioni psicologiche e antropologiche. La specificità di tale rito trova la sua essenziale genesi e la sua funzione, in un’associazione allo stato emotivo. Questi penitenti, con una buona dose di compiacimento, che va al di là della consapevolezza, sentono di essere i portatori d’inesplicabili sensi di colpa, da cui muove l’esigenza di dare una risposta di tipo punitivo verso se stessi e, allo stesso tempo, invocativo di perdono verso la comunità di appartenenza. Vi è anche l’inconscia convinzione di essere gli obbligati portatori dei peccati della comunità stessa: il corpo, avvinghiato dalle spine, è esibito come un grande e generoso sacrificio, cui è attribuito un pubblico significato espiatorio. Il conseguente ricercato rifugio nella dimensione sofferenziale diventa, in questo contesto emotivo, il tentativo di attivare una lenta e liberante espiazione, nel ricordo costante dell’occasione in cui ci si è sentiti colpevoli. Ad ogni modo, il rito degli Spinati, assume una dimensione di natura strettamente personale. La gabbia di spine incatenate detta Spalas che, dal capo alla vita avvolge il penitente, è da intendersi come un’implicita accettazione della colpa, che spiega l’autopunizione e la consequenziale ricerca di una riconciliazione con se stessi. L’autopunizione serve anche nei confronti della collettività, nei confronti della quale ci si offre come una sorta di vittima espiatrice, grazie ad una cerimonia che possa rendere visibile a tutti, la mortificazione di un corpo. Il pubblico non sembra limitarsi solo a guardare, da spettatore passivo, in esso si coglie, una certa empatica e appagante partecipazione. Il popolo è portato a consolidare un potere di vera e propria legittimazione e rafforzamento dell’ordine costituito, un vitale e legittimo rinnovamento. Si produce una circolare solidarietà compensativa, favorevolmente accettata, perché il rituale consente di risolvere tensioni e conflitti latenti, per una più efficace integrazione sociale. La gratificazione del popolo sfocia, a volte, in sentimenti di rimorso nel vedere che siano gli altri a portare il peso delle colpe, oppure in pensieri sadici, che producono un senso di appagamento nel vedere che tocca a questi Spinati e non a loro, espiare e soffrire per tutti. Mentre la processione, in onore di San Rocco, procede, il rito degli Spinati termina nel momento in cui questi si spogliano dalle spine (dopo circa 4 ore di processione a piedi nudi), accatastando queste loro armature in una piccola piazza antistante la chiesa dell’omonimo Santo, prima di procedere ad un grande rogo, che funge da funzione catartica nella fase conclusiva del rituale. Nella giornata di San Rocco è consuetudine offrire, per la intercessione del Santo, avvocato presso Dio, gli ex voto in cera, che numerosissimi sono depositati ai piedi del taumaturgo. La congrega conserva l’aureola, il reliquario d’oro di San Rocco e gli oggetti in argento cari al santo pellegrino: la fiaschetta, la conchiglia raccolta a Finestrelle, al ricordo del cammino di Santiago de Compostela, la zucca, il cappello e il fedele cane. Nelle strade si suona e si balla in onore del Santo, mentre le bancarelle vendono gli ‘nzuddu, dolci preparati con latte e miele, dalla forma umana o animale. Il culto dei palmesi verso il Santo, protettore nelle pestilenze, risale ai secoli scorsi: scritti inoppugnabili documentano la loro devozione.

Serena Scionti

Fotografa dal 2004, Serena Scionti viene affascinata dai movimenti dell’animo umano, attratta dal particolare, dal dettaglio rivelatore. Il suo occhio si lascia guidare dal soggetto per rubarne la storie congelandola in attimi infiniti. Calabrese di nascita, molti dei suoi lavori si “ambientano” nella sua terra. Sensibilmente attenta al fattore antropologico, spesso nei suoi servizi le ambientazioni sono molto presenti, necessarie, indaga attraverso i tratti somatici dei soggetti per estrarne la storia nascosta. Volontariamente teatrali le sue immagini si spostano agilmente dalla finzione al documentario, mostrando un’artista versatile capace di far sentire il suo sguardo onesto e vivace.



The Golden Egg

9 /23 ottobre 2010

con: Alexandra Unger Anna Lewenhaupt Marcela Iriarte Maria Carmela Milano Maya Berthou

Vernissage: Tegg, food concept di The Fooders. Tegg é un semplice gioco di parole. Tag si legge teg, e da sempre é il nome in codice che i writers usano per distinguersi e identificare le proprie opere. Invece l'uovo, egg, é l'ingrediente di base per infinite preparazioni in cucina. Tegg è l'unione fra i due, e rappresenta il nostro segno grafico edibile.

performance: Alexandra Unger

In occasione della sesta edizione “Giornata del Contemporaneo”, promossa dall’associazione no profit “AMACI” (Associazione dei Musei d’Arte Contemporanei Italiani), Galleria 291 Est presenterà la mostra collettiva Golden Egg. La curatrice della mostra Vania Caruso proporrà l’emergente gruppo internazionale Hysterical Women. Già provocatrici e ironiche nonché pronte a scardinare ogni pregiudizio sulla femminilità contemporanea, le sei artiste realizzeranno opere poliedriche e roteanti sulla simbologia dell’uovo d’oro. La forma evocativa dell’uovo cela in sé e sul suo assunto simbolico una letteratura vastissima, a partire dal suo dualismo primario la fragilità, da un lato, e la forza di generare nuova vita, dall’altro. Come sinonimo di genesi, simbolo universale del mistero della creazione, l’uovo rappresenta un segno grafico primario quale enigma del tutto. Presente nei miti d’origine di molte culture quali polinesiana, giapponese, peruviana, indiana, fenicia, cinese, finnica e slava; come uovo primordiale riveste significato anche nell’iconografia alchemica dove il tuorlo simboleggia la speranza dell’oro. In ambito cristiano l’uovo mistico, simbolo della nascita e della resurrezione era presente nelle chiese dell'Oriente cristiano-ortodosso dove veniva appeso nel catino absidale. Nel Quattrocento, alla profana pratica di appendere uova di struzzo, che grazie alla loro superficie scivolosa tenevano i ratti lontani dall’olio delle lampade delle chiese di Firenze e Siena, Piero della Francesca ne rinnovò l’assunto spirituale ponendolo come nucleo della sua opera la Pala di Brera. Nel dipinto l’uovo isolato, illuminato e centrale costituisce il polo ottico della composizione e rimanda al significato della commissione del Duca Federico da Montefeltro, per la nascita del figlio Guidobaldo e per commemorare la moglie Battista Sforza, morta dopo aver dato alla luce il figlio. Nel costume popolare l’uovo simboleggia fortuna, ricchezza e benessere e ad esso sono legati molti riti che riprendono il suo valore di fertilità. Su questo tema, pregno di significati universali, la prospettiva delle Hysterical Women contribuirà all’esplorazione del simbolo all’interno dell’espressione artistica contemporanea. Le sei artiste internazionali e terribilmente femminili lavoreranno con i mezzi che l’arte offre loro, mantenendo la loro specificità all’interno del gruppo e contemporaneamente cercheranno un dialogoche riunisca in un solo tema la loro posizione artistica nel panorama contemporaneo.

Ilde Lazzara




EX LIBRIS . Ars celare Artem

dal 25 Settembre al 2 Ottobre

In occasione della presentazione del nuovo laboratorio di calcografia Galleria 291 INC., Galleria 291 Est realizza una mostra esponendo una selezione dell’ampia collezione raccolta dall’incisore Maria Maddalena Tuccelli. Le stampe esposte intendono essere un esempio della vitalità di un settore della grafica artistica non sempre da tutti pienamente conosciuto. Per definizione, gli ex libris sono delle incisioni di piccolo formato in cui sono presenti di regola, insieme alle dicitura omonima, un disegno e il nome del committente dell’opera e venivano posti all’interno dei volumi stampati per indicarne le proprietà. Nascono intorno al 1480 in Germania e accompagnano tutta la rivoluzionaria storia scaturita dall’invenzione di Guttemberg, fornendo molteplici preziose chiavi di lettura della vita culturale di mezzo millennio. Inizialmente caratterizzati dalla citazione di simboli araldici con l’avvento della cultura borghese, l’interesse per la casata si sostituisce a quella per l’individuo; la vignetta diventa descrizione del committente, ne ritrae il carattere, gli interessi, le caratteristiche fisiche, le professione. Anche la tecnica si evolve nei secoli parallelamente alla storia dei movimenti artistici; ben presto, infatti la matrice lignea trattata a xilografia cede il passo all’incisione su metallo realizzata a bulino: le ridotte dimensioni dell’opera si prestavano perfettamente ad una tecnica più preziosa che permetteva, con i suoi tratti sottili e modellati, una ricchezza di effetti chiaroscurali mai ottenuti prima. Nel corso del ‘600, ai grandi volumi pubblicati si aggiungono ex libris si crescenti dimensioni, arricchiti di sontuose decorazioni consone alla fastosità del Baroco. Ma è nel ‘700, epoca dei lumi, che la diffusione della cultura e il conseguente incremento della produzione libraria, l’ex libris assume maggiore popolarità al di fuori della cultura di corte. A partire dalla fine dell’88 si comincia ad abbandonare l’utilizzo dell’ex libris come cartellino di proprietà, dando vita a quell’evoluzione quantitativa e qualitativa prorpia delle concezioni estetiche e sociali dell’Art Noveau. Dal primo ex libris firmato, ad opera di Albrecht Durer per il giudice di Norimberga, amico di Lutero, alla produzione contemporanea, più o meno tutti gli artisti e calcografi si sono misurati con questa forma di espressione artistica. Oggi un rinnovato interesse per il collezionismo degli ex libris dimostra il superamento di un vecchio preconcetto che vedeva nella storica funzione d’uso un limite all’artisticità del prodotto. Sono molte oggi le motivazioni del collezionismo e possono scaturire da un interesse storico-sociale, tematico o “semplicemente” artistico: numerosi sono ormai i concorsi nazionali ed internazionali che le molte, attivissime, organizzazioni promuovono con l’esclusiva intenzione di stimolare la creatività dei tanti artisti che in tutto il mondo vedono in questo settore una possibilità vivace e stimolante di confrontarsi con tematiche sempre nuove, di mostrarsi e di relazionarsi con il pubblico degli appassionati di grafica e con gli altri artisti. In contemporanea, nello spazio/laboratorio Galleria 291 INC. sarà esposta la produzione di ex libris di M.Maddalena Tuccelli.