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LA GALLERIA
Per informazioni sugli artisti o per l'acquisto delle opere esposte contattare l'associazione al +39 0644360056 o mandare una mail a info@galleria291est.com scarica la PLANIMETRIA della galleria Hanno esposto da noi:
Agnieszka Wojtanowicz . Alberto Morena . Anna Legge . Annabella Cuomo . Chiara Mu . Davide Del Prete . Elise Garnaut . Emad Haddad . Emanuela Rossoni . Eugenio Pozzilli . Francesco Costabile . Francesco Scirè . Gionatan Salzano . Guendalina Salini . Jessica Gaudino . Jole Falco . Katarzyna Gorni . Kawamura Gun . Kirsten Lyttle . Lionello Recchia . Luigi Miranda . Luigi Rizzo . Marcela Iriarte . Marco Baroncelli . Marco Di Niscia . Marco Scola . Maria Carmela Milano . Maria Pia Picozza . Massimo Nolletti . Medilè Siaulytyte . Palù DeAndrade . Queenie Chow . Sara Graziosi/Shelly . Sevak Grigoryan . Valerio Faggioni . Virginia Colonnella . Federica Terracina . Kawamura Gun . Matteo Mignani . Lorenzo Mastroianni . Alessandro Rosa
Blink Photographic Circus di Lorenzo Mastroianni In mostra dal 31 Ottobre all'11 Novembre 2011
La serata del 31 Ottobre, nella notte di Tuttisanti, riserva un “mondo delle meraviglie” a chi vorrà trascorrerla presso la Galleria 291 Est, sancendo la proposta inaugurale di un’esposizione unica al mondo: Blink Photographic Circus. Ciò che verrà presentato è un evento raro: una galleria d'arte in miniatura, proposta in soli 2 mq. Questo micro e strabiliante progetto artistico itinerante, dopo tappe quali quella alla Rinassense Roma, al Loft 21 di Milano, al Barbagianna Casa d’Arte Firenze, al Ferrara Buskers Festival, alla Staatse Galerie Stoccarda, alla Biennale Internazionale di Firenze e alla Carpe Viam Roma Centro Elsa Morante (solo per citarne alcune), approda alla Galleria 291 Est fino all’11 Novembre, per poi riprendere il tour nel 2012 con tappe europee di rilievo quali Palazzo Loeven Berlino, Infantellina Contemporary Art Berlino, Royal Opera Arcade Londra, A.M. Art Bruxelles, Artevistas Gallery Barcellona, Sziget Festival Budapest. Il Blink Photographic Circus, che sviluppa il suo progetto in Blink Micro Gallery e Claire Noise Micro Film, è un’esposizione fotografica ideata, progettata e realizzata da Lorenzo Mastroianni. Lunga 400 cm e alta 30 cm è la Galleria Itinerante più piccola del mondo: al suo interno 20 fotografie da osservare con una lente d’ingrandimento. Tali foto sono tratte dall’onirico lavoro fotografico Claire Noise (Grotesque Photography), progetto di ricerca artistica realizzato proprio da Lorenzo Mastroianni nel 2009. Le pareti interne alla micro galleria, completamente realizzate a mano enfatizzano il gusto retrò alla base del progetto. Tutto questo rende la Blink Micro Gallery, a sua volta, un’opera nell’opera. Qualcosa di unico ed irriproducibile, strutturata e pensata per un singolo visitatore per volta. La sospensione temporale dello “spettacolo” è inevitabile: l’uso della lente d’ingrandimento, studiata ad hoc per isolare lo spettatore lo conduce ad un rapporto diretto e intimo con l’opera stessa, indotto dalla visione dal video di “ingresso” alla micro gallery. Il video, della durata di 3 minuti, interamente realizzato da Lorenzo Mastroianni mediante la tecnica della stop – motion, è un concept project di ben 4000 scatti, prodotto della Claire Noise Micro Film. L’apertura, sarà accompagnata, in un’atmosfera da circo delle meraviglie di inizio Novecento, dal Sensantional Freak’s Party, organizzato dal direttivo e dai soci della Galleria: un circo nel circo. Guarda il video: MICRO FILM CLAIRE NOISE "Dual Site" di Maria Carmela Milano e Alessandro Rosa a cura di Manuela Pacella e Gianluca Brogna In mostra dall'8 al 22 Ottobre 2011
Risultato di un percorso e di un progetto condiviso, la mostra di Maria Carmela Milano (Polla - SA, 1976) e Alessandro Rosa (Roma, 1982) – che inaugura in occasione della Giornata del Contemporaneo 2011 promossa da AMACI - si presenta come il resoconto di una ricerca sul concetto stesso di esposizione. Gli artisti hanno voluto procedere con un rigore metodologico che sembra preso in prestito da un procedimento scientifico, articolando la mostra in differenti e successive fasi di sperimentazione. "16 Personaggi in cerca d'attore" fototessere dal festival di Venezia In mostra dal 16 al 30 Settembre 2011
La mostra è organizzata dalla Galleria 291 Est in collaborazione con il Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici (Sngci). “Avevo poco spazio, un metro scarso di muro bianco, poco tempo e decine di facce bellissime da fermare e inquadrare in cinque secondi. C’era sempre confusione, fretta e una folla di fotografi. Le condizioni ideali per distruggere ogni posa.” Nasce così il progetto di Matteo Mignani, che alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, di fronte alle “celebrities” inizia una caccia alla “fototessera” migliore, catturando l’identità di un momento. I personaggi cinematografici affiorano all’improvviso sui loro volti noti. Una sorta di “caccia alle farfalle” sulla passerella del festival, affascinanti figure da mettere nelle rete dell’obiettivo, per dar vita a una collezione potenzialmente infinita di “identità”. Ad ogni scatto il fotografo si domanda se mai potrà trovare rappresentata la vera personalità di un soggetto, invitando lo spettatore a scovare sfumature e dettagli delle micro espressioni dei ritratti, camminando sul confine sottile tra realtà e finzione, tra verità e improvvisazione, tra arte attoriale o spontaneo edonismo. “Mi attira molto il concetto della fototessera. È un oggetto meta-fotografico, è lo scatto base, il livello zero della fotografia. Sapere che tutti ne abbiamo una in tasca è un pensiero che mi rassicura e mi incuriosisce. Per un curioso gioco tra essere e apparire”. Biografia Matteo Mignani nasce nel 1974 in provincia di Bergamo. Dopo l’università a Pavia, dove studia Lettere, lavora nel campo dell’editoria a Milano. Nel 2008 carica la sua biblioteca e il suo basso su un furgone e si trasferisce a Roma dove la fotografia, che ha sempre coltivato per passione, diventa un lavoro. Si divide così fra fotogiornalismo e cinema, partecipando alle più importanti manifestazioni cinematografiche italiane come la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il Festival Internazionale del Film di Roma e i premi “Nastri d’Argento”. "UN REGALO, UN ORO DENTRO L’OMBRA" di ANNABELLA CUOMO In mostra dal 18 Giugno al 30 Luglio 2011
a cura di: Vania Caruso In una luce che non svela per proteggere, che nasconde dai predatori e dall’uomo, che allontana i facili simbolismi, vivono le rappresentazioni animali di Annabella Cuomo. Animali scomodi, impopolari, selvatici. Il ricevere inaspettatamente qualcosa che non si cerca, che non si conquista, che arriva all’improvviso; andando oltre la nostra volontà, non si rifiuta. Incontrare un animale selvatico è un regalo, è il momento in cui entriamo in contatto con le basi biologiche della vita. La Cuomo racconta la poesia della mitosi e la necessità della apoptosi. Un sentimento di bellezza e di dolore pervade i suoi animali, sdoppiandosi danno vita ad esseri reali nella coscienza. La stessa separazione di un unico afferma la necessità di catturare simultaneamente istinto e ragione, scienza e poesia, scolorendone i confini fino al raggiungimento dell’albedo. Pittoresco, grottesco, passionale, istintivo, primitivo, imperfetto, violento, morboso, malinconico, magico e miracoloso, termini Romantici per il lavoro di Annabella Cuomo, artista che nuota nell’ombra del mondo animale, mondo da esplorare alla ricerca della bellezza di una vita nascosta, essenziale, bestiale, vera. In ambienti umidi ma non morti, una mistica della scienza. Vania Caruso, Ilde Lazzara Still Waters Un progetto di FEDERICA TERRACINA In mostra dal 19 Maggio al 2 Giugno 2011
Direzione artistica: Federica Terracina Fotografia: Davide Adamo Con la gentile partecipazione di: Eleonora Tozzi, Diana di Gennaro, Felicia Bianco, Flavia Riccardi, Szcymon Pigula Still Waters è un progetto fotografico e un’istallazione site-specific nata dalla mente creativa di Federica Terracina. Il risultato di un lungo lavoro di ricerca e indagine che ha aiutato l’artista a prendere una posizione, a trovare ispirazione e motivazione nella realizzazione dell’opera. Quest’ultima, partendo da un artificio sul linguaggio pubblicitario, si propone di arrivare alla consapevolezza di quanto cambino gli scenari metropolitani in relazione alla produzione di rifiuti. Mettendo in scena la creazione di una linea di moda, l’artista crea abiti confezionati con materiali di riciclo a basso costo. Alcuni dei materiali provengono dall’associazione ReMida di Biella che presenta un modo di pensare all'ecologia valorizzando gli scarti come oggetti, utili per vivere un'esperienza creativa ed educativa nel rispetto dell'ambiente. Ad interpretare i modelli “ri-usa” giovani studenti e lavoratori inserendoli in uno spazio tragicamente comune. Nel lavorare per recuperare rifiuti vi è l’intenzione di trattenerli, usarli come traccia per chi resta e anche di sfruttarli, prendendo una posizione politica in merito alla gestione dei consumi. La mostra è il risultato di un connubio tra arte e techné che vede l’incontro tra l’immaginario di Federica e l’occhio attento del giovane fotografo napoletano Davide Adamo. Foto patinate, studio attento della luce per ricalcare le formule note al mercato della moda, quasi a volere provocare un sistema che gratuitamente insulta la nostra consapevolezza e minaccia la salute di tutti noi. Il progetto si è arricchito della componente sonora, registrazioni che narrano il percorso per arrivare ai set fotografici e in luoghi di scambio di merci, come il mercato, il porto, i magazzini. Un progetto ironicamente amaro che descrive e denuncia la mancanza di responsabilità da parte di una generazione passata e ancora presente.Una riflessione su uno status quo che si ripercuoterà nel futuro con effetti che vanno dal preoccupante al catastrofico. Ilde Lazzara Noi Siamo Nudisti Timidi dal 1 al 15 Aprile 2011
Il movimento dei nudisti timidi, creazione e ultima frontiera dell’universo paradossale di Gun Kawamura, sarà in mostra a Galleria 291 est dal 1 al 15 Aprile. Opere pittoriche e video presenteranno la sua visione ironico, ludico, erotica . Paesaggi urbani e strutture parossistiche , prospettive letargiche e proporzioni emotive, Gun Kawamura da vita ad un movimento di nudisti che timidamente si affacciano nel panorama quotidiano, spezzandone le regole e i ruoli con la loro nudità. Un nudo difeso dall’apparente anonimato dei volti, che permette ai personaggi impressi sulla tela una libertà, altrimenti blasfema, che rimanda a riti tribali riformulati in giochi d’infanzia. La convivialità, i giochi di quartiere, i pic-nic, le maratone cittadine, vengono snaturate dall’individualità e riportate ad una rappresentazione pungente e beffarda dei ruoli che ciascuno di noi interpreta nella propria fame di riconoscimento. Gun preferisce costruire una maschera sui volti, una maschera neutra, bianca, dove sono gli occhi ad assentarsi, mettendo in evidenza il rosso delle bocche. Le uniche che mangiano, sorridono, mostrano i denti, paiono afone, conservano il tentativo di mostrare intenzioni. I suoi personaggi, a volto coperto e sfacciatamente nudi, si muovono in un contesto urbano canzonando il pudore del corpo nudo. Un tentativo forse di annullare le differenze e rendere con amara evidenza lo sberleffo alla cultura contemporanea ormai persa nello sforzo di controllare attraverso l’omologazione. Lo stesso artista afferma: “ La risata nasconde la mia timidezza, c’è una parte di me che prova vergogna, un’altra che affronta le cose con un riso amaro” e anche “sono paralizzato nella realtà, ciò che prende forma nei miei quadri se da un lato me ne vergogno, allo stesso tempo per me è una sfida, vedere fino a che punto io non esplodo a vedere le cose che stanno dentro di me, non voglio limitarmi e allo stesso tempo allargare il mio limite è una sfida dentro di me.” Nascondersi, mostrando spavalderia e scioltezza, provocazione e assordante derisione del prossimo, nascondersi, il dramma di svelare la propria natura, mantenere prudenza sul passato, mostrare potere sulle proprie emozioni, tenere fede al potere catartico dell’ironia. Cosa nasconde la timidezza? Gun stesso cerca di prenderne le distanze, concentrandosi solo sul presente e mantenendo riserbo e pudore sul passato:“l’ultimo momento che ho vissuto è il migliore”, afferma. Può forse questo preservare qualsiasi malinconia? Ilde Lazzara Ballarò e dintorni dal 19 al 26 Marzo 2011
La mostra sarà correlata degli scritti di Francesca Romana Capone. Con la collaborazione di Lucrezia Alessia Ricciardi Il mercato è una sinestesia vivente. Anche le persone si mischiano al mercato. Infilarsi in uno di essi significa farsi trascinare dal gioco. Così Francesco Scirè scivola nei mercati di Palermo e ci trascorre il suo tempo. Non ne resta fuori come giudice imparziale. Si sporca le mani, si impregna di odori, si fa ingrediente di questa miscela saporosa di uomini e cose. Punti di fuga, prospettive inedite, come l’ordito di un tappeto, i suoi scatti. Che questa sia la città di Scirè non stupisce: ogni fotografia è denuncia e atto d'amore insieme. Una variegata rappresentazione di una umanità che nel mercato trova il suo sapore più antico. Frammenti di storie. Pensieri nella testa di uno che cammina nel mercato, guarda i banchi, soppesa le merci. Che si volta a sbirciare quell’angolo di muro, quel cumulo di spazzatura, quello squarcio di cielo. E spia la gente. I venditori consumati dal troppo gridare, gli avventori dei bar, le ombre dietro le finestre accostate dei palazzi in rovina. Ripercorrendo con la mente le tappe del viaggio per immagini di Scirè: così nascono anche le didascalie che accompagnano le sue foto. I mercati di Palermo Il mercato è una sinestesia vivente. Un luogo dove i sensi si incontrano e scontrano, si contaminano e scambiano in un impasto cangiante. Colori che hanno un profumo, sapori che gridano, polpe succose che si offrono lascive. Uno spazio magico dove il tempo si sospende come una camicia appesa ad asciugare al sole. Anche le persone si mischiano al mercato. Vicinanza fisica di spalle che si toccano, sporte che si strusciano, mani che scambiano merci. Vicinanza ideale di ricette regalate, di frutti che raccontano altre terre, di parole e sorrisi che rimbalzano negli spazi angusti tra i banchi. Infilarsi in un mercato del Sud, con la sua esuberanza quasi violenta, significa farsi trascinare nel gioco. Entrare a far parte di un microcosmo dove non esiste classe sociale, differenza etnica, distacco intellettuale. Uomini e cose, cose da mangiare soprattutto. L’essenza, il nocciolo, il cuore dello scambio comunitario. Così Francesco Scirè scivola nei mercati di Palermo. E io lo so che porta con sé una macchina fotografica, che per scattare si ferma, inquadra, soppesa. Eppure ciò che vedo è la continuità brulicante delle persone, ciò che sento sono le grida che magnificano la merce, ciò che inspiro è l’aria pesante di odori: basilico che punge le narici, carne sanguinolenta che tocca la gola, spezie che stuzzicano lo stomaco, pesce fresco che sa di scoglio arso. No, non si annulla il fotografo. Piuttosto entra a far parte del mondo che ritrae. Non resta fuori come un giudice imparziale, l’occhio di dio tra le nubi. Si sporca le mani, si impregna di odori, si fa ingrediente di questa miscela saporosa di uomini e cose. Magari spostato un po’ in là. Di lato o, spesso, dietro. Punti di fuga di prospettive inedite, come studiare l’ordito di un tappeto, le fondamenta sotto al palazzo, il volto vero dietro il trucco. E ci passa tempo, Scirè, in questi mercati. Tra uno scatto e l’altro trascorrono mesi, a volte anni. Ma il tempo non esiste nel suo scorrere qui. L’arrotino continua ad affilare lame da cent’anni, la vecchina a pesare i suoi limoni, il pesce spada a esporre il suo rostro. Semmai è profondità, occhio che scava nello spessore dell’immagine, ne cava fuori ciò che permane comunque. Ciò che non cambia, ciò che resta sempre uguale al fondo del rito pagano del mercato. Gli scatti hanno la consistenza della realtà, la sua grevità. Fatta di muri scrostati, spazzatura ai bordi delle strade, baracchini arrugginiti. L’agonia, la sontuosa decadenza di Palermo. Grigiume di monnezza e splendore di “muluni” e “pummadoru” . Come una regina caduta in disgrazia, sporca, stracciata, ma ancora coperta di gioielli. Eppure nel mercato la regina non chiede l’elemosina. Mette in mostra ancora il lusso, la dignità altrimenti perduta. Che questa sia la città di Scirè, i suoi posti e la sua gente, non stupisce: ogni fotografia è un atto d’amore. Ferma, di ciò che vede, il senso segreto di bellezza. Perché sono belle le “aulive” e maestoso il tonno. Ma è bello anche quel muro diroccato che fa da quinta al passeggiare di donne indiane o magrebine, è bella la tenda candida e perfettamente stirata a coprire un balcone che, a momenti, potrebbe crollare giù. Sono belli persino quei tre cassonetti in fila che annunciano il mercato; sono belli perché sanno raccontare una storia. Come tutti gli atti d’amore, questo di Scirè è anche un atto di accusa. Le sue immagini carezzano una città che muore, ne raccolgono i palpiti di vita, ce li offrono come a dire: ecco, c’è qualcosa da salvare, c’è molto, ma bisogna fare in fretta. E la città è chi la abita, un’umanità che, nel mercato, ha un sapore antico di vita per la strada. Uno sgabello trascinato sul marciapiede, il gatto accoccolato un po’ più in là. Un giro di carte al tavolino del bar, condito da racconti epici che l’alcol dipinge di fantasia. Uno scambio sorridente sopra il banco del pesce, ché gamberi così dove li vuoi trovare? Persino la religione ha il suo posto. Una religione meticcia, perché tutto quello che entra nel mercato è destinato a perdere identità per farsi di tutti. Santini appiccicati sul baracchino arrugginito, collezioni di ex voto di famiglie di pescatori che, per tornare a casa ogni giorno e avere qualcosa da mangiare, sono dovuti scendere a patti con Dio. E poi il culto tanto più umano dello scambio, del “questo va per quello”. Soldi contro merce, tradizioni contro primizie, sorrisi contro saluti. Che pare quasi di sentirle le voci che si inseguono, le preghiere laiche strillate dai venditori, le benedizioni di chi ha trovato ecco, proprio quella pesca “tabacchiera” che andava cercando. E allora queste foto sembrano chiedere a un Dio dimesso di scendere a terra, camminare per queste strade ingombre, farsi largo tra odori corposi e uomini dignitosi, appoggiarsi a un muro mezzo diroccato, seguire i passi del ragazzo che spinge la sua carrozzina carica di pesce, e tornare a farsi umano. Perché solo così si può capire questa città e, dentro la città, il mercato. Da uomo tra gli uomini, impregnato di umori e sudori e sapori. E solo con questo sguardo tanto umano, che Francesco Scirè possiede, pieno insieme di amore e rabbia, si può fermare in immagini questo contrasto vivente. E urlare la sua bellezza che muore. Francesca Romana Capone Francesco Scirè Ingegnere elettronico e fotografo. Nasce a Palermo nel 1964. Dopo gli studi di ingegneria, si trasferisce a Roma dove attualmente vive e lavora e dove la sua passione per la fotografia diventa parte importante della sua espressione. Scirè inizia a lavorare con la fotografia agli inizi degli anni ottanta con una Minolta analogica. Abbandona poi il mezzo analogico nel 2006, entrando nell'era del digitale con la Canon (EOS 400D). Il rapporto con il mezzo digitale sviluppa in lui una forte ricerca del dettaglio per creare uno sguardo di insieme in cui ogni particolare elemento fondamentale nella composizione. Ha partecipato all'edizione 2009 del concorso fotografico internazionale National Geographic e ancora alle due edizioni 2009-2010 del concorso Sony World Photography Awards. Sempre nel 2009, Scirè partecipa con una selezione delle sue fotografie nella collettiva dal titolo “La declinazione della gioia” nell'ambito del Festival Internazionale della Fotografia a Roma. All'inizio del 2010, Scirè ha esposto le sue fotografie presso la galleria Galleria 291 Est di Roma nella sua prima mostra personale dal titolo “ESTERNO GIORNO”. Infine, nel gennaio del 2011, presso l'enoteca Vi(ci)no, è stata presentata una anteprima della sua mostra personale “Ballarò e dintorni”. Francesca Romana Capone Francesca Romana Capone (Roma, 16 novembre 1974), ha esordito in narrativa nel 2006 con la raccolta di racconti “Quello che non ti ho detto” (La Tartaruga – Baldini Castoldi Dalai). Nel 2007 il suo racconto “Genova tra le gambe” è apparso nell’antologia Irresistibili bastardi (Fratelli Frilli editore), mentre nel 2008 il racconto “Nuvole di cipria” è stato pubblicato nella raccolta “Un libro da Impresa (Alitalia)”. Laureata in storia dell’arte, da quindici anni lavora nella comunicazione istituzionale e scientifica. "Aquarela" dal 2 all' 11 Marzo 2011
Qual' è il volto del Brasile? Qual' è l'essenza dell'anima brasiliana? Difficile rispondere, poiché si parla di uno dei più grandi paesi al mondo: quasi trenta volte più grande dell'Italia, accoglie duecento milioni di persone dalle origini più disparate: africane, indi, tedesche, giapponesi, olandesi, francesi, italiane... L'artista Palù de Andrade, brasiliana trasferitasi a Roma, giunge all'anima del Brasile usando le immagini del proprio popolo, dei suoi paesaggi, delle sue icone. Per cogliere tale anima occorre guardare queste immagini da vicino, osservarne i dettagli, percepirne i contrasti. Una "intimità" tra l'opera ed il fruitore che permette di decifrare e capire una nazione; la sua bellezza, la sua allegria, il suo dolore. Con la sua installazione Palù de Andrade percorre il suo paese di origine carpendone il ritmo, l'imprevisto, lo stupore, la povertà. Nel sorriso di una 'sambista' o nella solitudine di un bambino di strada, nell'incanto delle spiagge o nell'aridità delle 'favelas', questo è il Brasile di Palù: complesso, ricco, diverso, vero. Un Brasile che accoglie chi è disposto a guardarlo senza pregiudizi e con amore. Da vicino. Klester Cavalcanti Giornalista, redattore di cultura del "ESTADÃO- Jornal do Estado de São Paulo" e scrittore brasiliano.
BE POP, LAY OVER
dall'11 al 18 Febbraio 2011
Rivelando la sua attrazione nei confronti dell’estetica della Street Art, Marco Scola utilizza indiscriminatamente tutte le tecniche per rappresentare icone popolari tramite un linguaggio immediato. La sua visione è diretta e onesta; col gesto pittorico accompagna le figure serigrafiche fuori dalla tela, e chiede allo spettatore di intraprendere un percorso di lettura in cui la sua stessa conoscenza e cultura sono l’elemento catalizzatore dell’opera. L’artista ci seduce con immagini e colori racchiusi in opere fatte di parole, didascalie e icone; evoca tavole medico-anatomiche leonardesche in cui le raffigurazioni scientifiche sono affiancate da testi; il concetto dunque diventa un’analisi anatomica. Con occhio critico affronta le problematiche umane ed antropologiche dal punto di vista gnoseologico, facendo affiorare limiti e validità della conoscenza umana. L’uomo viene vivisezionato sia fisicamente che spiritualmente, rivelando la sua contraddittoria esistenza. Marco Scola mostra contemporaneamente tutte le icone che l’essere umano ha creato per dare credibilità alle proprie “dottrine”, icone usate, prosciugate e poi gettate nel meltin’ pot della cultura popolare. L’elemento di “mercificazione” dell’immagine e soprattutto del corpo è ricorrente in tutto il suo lavoro, e già in opere come “American Sushi”, gli elementi di dissacrazione e di martirio della figura umana sono presenti in una sfera che galleggia sul filo dell’amara ironia e dell’irriverenza. Vania Caruso Marco Scola è nato in Sicilia, nella città di Catania, nel 1978. Nel 1999 si è trasferito a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti; durante gli studi continua a sviluppare ed approfondire la sua ricerca. Attualmente vive e lavora a Berlino ed avvicina la sua ricerca alla street art. Il suo lavoro non pone limiti alle tecniche usate, sfrutta tutti i tipi di media in assemblaggi totalmente liberi da identificazioni di genere. Personali: GLI SPINATI dal 19 Novembre al 3 Dicembre
Galleria 291 Est è lieta di presentare una mostra in cui entrare in contatto con la tradizione, la cultura popolare, la storia, le superstizione e la fede. Serena Scionti racconta attraverso questa mostra fotografica la storia degli “Spinati”. Con approccio antropologico si immerge nel mondo di questi penitenti fedeli, per assaporarne il pathos della processione verso la chiesa contenente l’effige di San Rocco di Montellier protettore dei pellegrini e degli appestati. L’antico rito degli Spinati che, precede la processione in onore di San Rocco, come voto penitenziale, rivive ogni anno nelle strade di Palmi. La città è meta di migliaia di pellegrini provenienti da ogni angolo della Piana di Gioia Tauro e non solo. La gran parte giunge per seguire la grandiosa processione dietro alla statua di San Rocco; qualche centinaio di essi, invece, viene dal grande Santo per rispettare un voto o per implorare una grazia. Gli Spinati, sono donne e uomini, ragazzi, giovani, anziani, che seguono la processione con una corona o un mantello di arbusti spinosi che cingono il capo o il corpo intero e a piedi nudi seguono la statua del Santo, portata da ventiquattro giovani, i quali, si tramandano il privilegio per eredità. Con il passare delle ore, le spine lacerano la pelle e il sangue scende a rivoli. Le spine per chiedere una grazia, o come ringraziamento per una ricevuta, in una sorta di ancora vivo autodafé. (Il nome deriva dal portoghese auto-de-fè cioè atto di fede, e fu il cerimoniale giuridico più impressionante messo a punto dall’ Inquisizione). Una manifestazione di autentica fede religiosa che affonda le sue radici in antichissimi riti popolari in cui si mescolano misticismo e paganesimo. Sono espressioni, con le loro profonde differenze, di una identica concezione del voto penitenziale che viene tramandata da remote manifestazioni fideistiche popolari, dalle molte implicazioni psicologiche e antropologiche. La specificità di tale rito trova la sua essenziale genesi e la sua funzione, in un’associazione allo stato emotivo. Questi penitenti, con una buona dose di compiacimento, che va al di là della consapevolezza, sentono di essere i portatori d’inesplicabili sensi di colpa, da cui muove l’esigenza di dare una risposta di tipo punitivo verso se stessi e, allo stesso tempo, invocativo di perdono verso la comunità di appartenenza. Vi è anche l’inconscia convinzione di essere gli obbligati portatori dei peccati della comunità stessa: il corpo, avvinghiato dalle spine, è esibito come un grande e generoso sacrificio, cui è attribuito un pubblico significato espiatorio. Il conseguente ricercato rifugio nella dimensione sofferenziale diventa, in questo contesto emotivo, il tentativo di attivare una lenta e liberante espiazione, nel ricordo costante dell’occasione in cui ci si è sentiti colpevoli. Ad ogni modo, il rito degli Spinati, assume una dimensione di natura strettamente personale. La gabbia di spine incatenate detta Spalas che, dal capo alla vita avvolge il penitente, è da intendersi come un’implicita accettazione della colpa, che spiega l’autopunizione e la consequenziale ricerca di una riconciliazione con se stessi. L’autopunizione serve anche nei confronti della collettività, nei confronti della quale ci si offre come una sorta di vittima espiatrice, grazie ad una cerimonia che possa rendere visibile a tutti, la mortificazione di un corpo. Il pubblico non sembra limitarsi solo a guardare, da spettatore passivo, in esso si coglie, una certa empatica e appagante partecipazione. Il popolo è portato a consolidare un potere di vera e propria legittimazione e rafforzamento dell’ordine costituito, un vitale e legittimo rinnovamento. Si produce una circolare solidarietà compensativa, favorevolmente accettata, perché il rituale consente di risolvere tensioni e conflitti latenti, per una più efficace integrazione sociale. La gratificazione del popolo sfocia, a volte, in sentimenti di rimorso nel vedere che siano gli altri a portare il peso delle colpe, oppure in pensieri sadici, che producono un senso di appagamento nel vedere che tocca a questi Spinati e non a loro, espiare e soffrire per tutti. Mentre la processione, in onore di San Rocco, procede, il rito degli Spinati termina nel momento in cui questi si spogliano dalle spine (dopo circa 4 ore di processione a piedi nudi), accatastando queste loro armature in una piccola piazza antistante la chiesa dell’omonimo Santo, prima di procedere ad un grande rogo, che funge da funzione catartica nella fase conclusiva del rituale. Nella giornata di San Rocco è consuetudine offrire, per la intercessione del Santo, avvocato presso Dio, gli ex voto in cera, che numerosissimi sono depositati ai piedi del taumaturgo. La congrega conserva l’aureola, il reliquario d’oro di San Rocco e gli oggetti in argento cari al santo pellegrino: la fiaschetta, la conchiglia raccolta a Finestrelle, al ricordo del cammino di Santiago de Compostela, la zucca, il cappello e il fedele cane. Nelle strade si suona e si balla in onore del Santo, mentre le bancarelle vendono gli ‘nzuddu, dolci preparati con latte e miele, dalla forma umana o animale. Il culto dei palmesi verso il Santo, protettore nelle pestilenze, risale ai secoli scorsi: scritti inoppugnabili documentano la loro devozione. Serena Scionti Fotografa dal 2004, Serena Scionti viene affascinata dai movimenti dell’animo umano, attratta dal particolare, dal dettaglio rivelatore. Il suo occhio si lascia guidare dal soggetto per rubarne la storie congelandola in attimi infiniti. Calabrese di nascita, molti dei suoi lavori si “ambientano” nella sua terra. Sensibilmente attenta al fattore antropologico, spesso nei suoi servizi le ambientazioni sono molto presenti, necessarie, indaga attraverso i tratti somatici dei soggetti per estrarne la storia nascosta. Volontariamente teatrali le sue immagini si spostano agilmente dalla finzione al documentario, mostrando un’artista versatile capace di far sentire il suo sguardo onesto e vivace. The Golden Egg 9 /23 ottobre 2010
con: Alexandra Unger Anna Lewenhaupt Marcela Iriarte Maria Carmela Milano Maya Berthou Vernissage: Tegg, food concept di The Fooders. Tegg é un semplice gioco di parole. Tag si legge teg, e da sempre é il nome in codice che i writers usano per distinguersi e identificare le proprie opere. Invece l'uovo, egg, é l'ingrediente di base per infinite preparazioni in cucina. Tegg è l'unione fra i due, e rappresenta il nostro segno grafico edibile. performance: Alexandra Unger In occasione della sesta edizione “Giornata del Contemporaneo”, promossa dall’associazione no profit “AMACI” (Associazione dei Musei d’Arte Contemporanei Italiani), Galleria 291 Est presenterà la mostra collettiva Golden Egg. La curatrice della mostra Vania Caruso proporrà l’emergente gruppo internazionale Hysterical Women. Già provocatrici e ironiche nonché pronte a scardinare ogni pregiudizio sulla femminilità contemporanea, le sei artiste realizzeranno opere poliedriche e roteanti sulla simbologia dell’uovo d’oro. La forma evocativa dell’uovo cela in sé e sul suo assunto simbolico una letteratura vastissima, a partire dal suo dualismo primario la fragilità, da un lato, e la forza di generare nuova vita, dall’altro. Come sinonimo di genesi, simbolo universale del mistero della creazione, l’uovo rappresenta un segno grafico primario quale enigma del tutto. Presente nei miti d’origine di molte culture quali polinesiana, giapponese, peruviana, indiana, fenicia, cinese, finnica e slava; come uovo primordiale riveste significato anche nell’iconografia alchemica dove il tuorlo simboleggia la speranza dell’oro. In ambito cristiano l’uovo mistico, simbolo della nascita e della resurrezione era presente nelle chiese dell'Oriente cristiano-ortodosso dove veniva appeso nel catino absidale. Nel Quattrocento, alla profana pratica di appendere uova di struzzo, che grazie alla loro superficie scivolosa tenevano i ratti lontani dall’olio delle lampade delle chiese di Firenze e Siena, Piero della Francesca ne rinnovò l’assunto spirituale ponendolo come nucleo della sua opera la Pala di Brera. Nel dipinto l’uovo isolato, illuminato e centrale costituisce il polo ottico della composizione e rimanda al significato della commissione del Duca Federico da Montefeltro, per la nascita del figlio Guidobaldo e per commemorare la moglie Battista Sforza, morta dopo aver dato alla luce il figlio. Nel costume popolare l’uovo simboleggia fortuna, ricchezza e benessere e ad esso sono legati molti riti che riprendono il suo valore di fertilità. Su questo tema, pregno di significati universali, la prospettiva delle Hysterical Women contribuirà all’esplorazione del simbolo all’interno dell’espressione artistica contemporanea. Le sei artiste internazionali e terribilmente femminili lavoreranno con i mezzi che l’arte offre loro, mantenendo la loro specificità all’interno del gruppo e contemporaneamente cercheranno un dialogoche riunisca in un solo tema la loro posizione artistica nel panorama contemporaneo. Ilde Lazzara EX LIBRIS . Ars celare Artem dal 25 Settembre al 2 Ottobre
In occasione della presentazione del nuovo laboratorio di calcografia Galleria 291 INC., Galleria 291 Est realizza una mostra esponendo una selezione dell’ampia collezione raccolta dall’incisore Maria Maddalena Tuccelli. Le stampe esposte intendono essere un esempio della vitalità di un settore della grafica artistica non sempre da tutti pienamente conosciuto. Per definizione, gli ex libris sono delle incisioni di piccolo formato in cui sono presenti di regola, insieme alle dicitura omonima, un disegno e il nome del committente dell’opera e venivano posti all’interno dei volumi stampati per indicarne le proprietà. Nascono intorno al 1480 in Germania e accompagnano tutta la rivoluzionaria storia scaturita dall’invenzione di Guttemberg, fornendo molteplici preziose chiavi di lettura della vita culturale di mezzo millennio. Inizialmente caratterizzati dalla citazione di simboli araldici con l’avvento della cultura borghese, l’interesse per la casata si sostituisce a quella per l’individuo; la vignetta diventa descrizione del committente, ne ritrae il carattere, gli interessi, le caratteristiche fisiche, le professione. Anche la tecnica si evolve nei secoli parallelamente alla storia dei movimenti artistici; ben presto, infatti la matrice lignea trattata a xilografia cede il passo all’incisione su metallo realizzata a bulino: le ridotte dimensioni dell’opera si prestavano perfettamente ad una tecnica più preziosa che permetteva, con i suoi tratti sottili e modellati, una ricchezza di effetti chiaroscurali mai ottenuti prima. Nel corso del ‘600, ai grandi volumi pubblicati si aggiungono ex libris si crescenti dimensioni, arricchiti di sontuose decorazioni consone alla fastosità del Baroco. Ma è nel ‘700, epoca dei lumi, che la diffusione della cultura e il conseguente incremento della produzione libraria, l’ex libris assume maggiore popolarità al di fuori della cultura di corte. A partire dalla fine dell’88 si comincia ad abbandonare l’utilizzo dell’ex libris come cartellino di proprietà, dando vita a quell’evoluzione quantitativa e qualitativa prorpia delle concezioni estetiche e sociali dell’Art Noveau. Dal primo ex libris firmato, ad opera di Albrecht Durer per il giudice di Norimberga, amico di Lutero, alla produzione contemporanea, più o meno tutti gli artisti e calcografi si sono misurati con questa forma di espressione artistica. Oggi un rinnovato interesse per il collezionismo degli ex libris dimostra il superamento di un vecchio preconcetto che vedeva nella storica funzione d’uso un limite all’artisticità del prodotto. Sono molte oggi le motivazioni del collezionismo e possono scaturire da un interesse storico-sociale, tematico o “semplicemente” artistico: numerosi sono ormai i concorsi nazionali ed internazionali che le molte, attivissime, organizzazioni promuovono con l’esclusiva intenzione di stimolare la creatività dei tanti artisti che in tutto il mondo vedono in questo settore una possibilità vivace e stimolante di confrontarsi con tematiche sempre nuove, di mostrarsi e di relazionarsi con il pubblico degli appassionati di grafica e con gli altri artisti. In contemporanea, nello spazio/laboratorio Galleria 291 INC. sarà esposta la produzione di ex libris di M.Maddalena Tuccelli. Volti e paesaggi dell'EST di Silvia Di Castro
19 – 26 Giugno 2010
Una mostra fotografica che racconglie le immagini di un viaggio attraverso l’Est europeo, una panoramica su volti e luoghi di una cultura che si rivela anche solo attraverso un fugace sguardo. Luoghi sacri, piccole province, strade panoramiche, gradi paesaggi e persone colte nella loro più semplice essenza, con l’intento di conservare e condividire la meraviglia della scoperta. Affascinante e vitalizzante è la condizione del viaggiatore, che scruta con occhi curiosi e voraci ogni immagine che possa rivelargli qualche cosa in più rispetto al luogo che sta attraversando. Sbirciare dietro ai vetri di una finestra, osservare da lontano contadini al lavoro o un monaco assorto nella sua preghiera del mattino, sono questi gli attimi che si imprimono nella memoria. Questa mostra vuole condividere la memoria di un viaggio raccontato attraverso l’occhio di Silvia Di Castro. Profilo Silvia Di Castro nasce a Roma, dove fin dall'adolescenza, si accosta al mondo delle arti attraverso la musica, si avvicina poi alla fotografia, che ad oggi sembra essere il mezzo d’espressione che più la attrae, condiziona ed ispira. L'obiettivo fotografico è quasi un tutt'uno con la sua vita. Ama cogliere l’ interiorità delle persone attraverso i volti. Fedele compagna di viaggio, la macchina fotografica le ha permesso di portare con se immagini di tutto il mondo. In quest’ultimo lavoro è l'Europa dell'est e in particolare la Romania ad essere tradotte in emozioni visive che raccontano i volti della gente, i paesaggi che caratterizzano il paese, le loro abitudini e costumi, regalandoci i sorrisi, la cortesia e la semplicità di un popolo. La Biologia non è il destino di Annabella Cuomo dal 18 al 25 Maggio
Osservare un opera d’arte è una complessa interazione di sensi, fisici e no. Al di là di considerazioni tecniche e squisitamente superflue che secoli di critica e migliaia di vite umane hanno consumato nell’analisi millimetrica di tele e marmi, l’epifania di ogni manifestazione artistica si risolve lì, tra l’immagine diretta e gli occhi dello spettatore. Indiscutibile la capacità di ogni singolo di trovare in ogni produzione creativa il proprio “coniglietto rosa”, vale a dire quei punti di vista relativi all’immagine capaci di produrre visioni personali che molto spesso l’artista non aveva non solo ideato nell’opera ma neanche lontanamente immaginato. Presumo che questa sia la vera magia dell’arte, che rimanda all’affermazione prima di quest’articolo: l’interazione dei sensi. Quando rimaniamo lì, fermi a scrutare un’immagine , questa diventa il prisma attraverso il quale la nostra anima si scompone e mostra la varietà di tonalità che la compongono, decisamente molte di più di quelle della luce, dolori, angosce, speranze e intime meraviglie si mostrano e ci riflettono attraverso le linee di un pennello, di una tempera densa, di un colore compulsivamente riproposto. Le opere di Annabella Cuomo si prestano ben volentieri a questo compito. In un’epoca dove l’arte contemporanea diventa sempre più provocazione e nella folle ricerca della scossa emotiva dimentica la necessità estetica , e diventa, lasciatemelo dire sempre più meta-arte, è rassicurante scorgere un piccolo ritorno all’arte delle origini, usando pochi paroloni: quella bella. Nonostante la sua giovane età si intravedono già due momenti nelle opere fino ad ora create. Questo ci suggerisce una maturazione artistica consapevole, alimentata senz’altro da una profonda ricerca e una crescente cognizione estetica. Nel primo periodo le tavole della Cuomo sono per lo più, affermative. Un gigantesco aforisma dipinto. Le forme narrano figure grottesche, tutte accomunate dalla forma genitale femminile che si staglia nell’immagine come un sillogismo. Donne; la vulva insistente in tutte le opere , ci mostra la vera identità delle figure, sono donne Nell’era della finta immagine, dove il disagio attuale è del tutto legato alla proposta di perfezioni inesistenti, che spingono ragazze e ragazzi a rinnegarsi, forzarsi, trasformarsi per assomigliare a stereotipi di bellezza nient’affatto naturali, ma per lo più siliconati e botulinizzati, Annabella scende nei meandri più intimi del sociale e ci mostra la “verità dei fatti”. Le immagini sono sconvolgenti. Colpiti dalla traslazione, si rimane pietrificati di fronte a quello che siamo con un grosso sorriso sardonico come didascalia dei nostri pensieri. Le forme diventano con questa chiave elementari, tradurle diventa semplicissimo. E’ impensabile la metafora illustrata a cui questi lavori danno vita. Questi dipinti, dai volti inespressivi, aridi di dettagli, sono un racconto critico dell’individuo moderno. Un elenco di polaroid a mano. Il velo Maya che si alza e scopre la mera verità dei fatti. Tutti gli stereotipi sociali del femminino moderno vengono raccontati per immagini semplici, il cui accostamento all’umano risulta una rivelazione agghiacciante. Nella galleria delle forme si troveranno madri diventate vacche gravide. La decostruzione del corpo femminile arriverà all’osso. I corpi verranno mutilati, decomposti, scarnificati, l’unico loro affrancamento resteranno i genitali. Inquietante domanda, che scompone le sue lettere tra un quadro all’altro. Siamo questo? Nel lavoro più asciutto ed essenziale della Cuomo la donna trascenda dalla sua antropomorfa forma e diventa denuncia, fuori dai valori provvisori del sociale apparente, non c’è più consistenza morale ne femminino. C’è solo una forma acaratteriale e vaga. L’astrattismo è coinciso, i colori si dissolvono e diventano superflui. Poche linee per definire un oggetto, crudo esistenzialismo che diventa disegno. Queste opere ermetiche trasudano significati, la denuncia misogina è una linea che affonda lo sguardo. I materiali rafforzano il lavoro di manifestazione della realtà Grafite su tamburato, una proposta inconsueta. Quella che era la materia per proporre degli studi, la matita del provvisorio ,diventa materia d’arte volutamente compiuta. Nel prisma precedentemente citato c’è del provvisorio, una gomma basterebbe per cambiare le carte in tavola. Un’ennesima valutazione esistenziale che urla i suoi significati oltre che dall’immagine in se, anche dalla materia che li compone, la fragilità dell’opera suggerisce l’irrisorietà del ruolo descritto, crudele e per di più facilmente distruttibile. Ma sarà questo un bene o un male? Nel secondo periodo l’estetica e il carattere delle opere muta. I dipinti acquisiscono spessore , progrediscono sia nell’immagine che nella trasmissione di emozione. I colori virano al seppia, si riscaldano e si confondono interagendo tra loro. I disegni diventano più disponibili, l’immagine statica delle prime tele si addolcisce e appaiono dei volti. Alle spalle dei soggetti rappresentati appare uno sfondo, che interagisce con l’esterno. Per la prima volta appare non solo una fisionomia, ma uno sguardo, che sembra intendersi con lo spettatore. Evidente appare il coinvolgimento dell’artista che trasmette dall’opera una nuova cognizione, la quale dall’idealismo osservatore con cui ha ideato le prime opere diventa racconto di esperienza e morale vissuta. I materiali diventano molteplici, i toni si sgelano e la fragilità della grafite lascia il posto a pennellate stabili e immutabili. La tecnica del collage è la scelta per i nuovi affondi. In una delle ultime opere la Cuomo riunisce attraverso il collage gli innumerevoli pezzi delle sue nuove certezze, la Cuomo propone diverse forme di identità che si riuniscono su di una stessa tela e suggeriscono all’osservatore una riflessione sulle diverse forme di coscienza che abitano e coesistono nel stesso corpo, sotto la stessa pelle. Le verità accumulate nelle sue nuove esperienze diventano molteplici forme di materiali che interagendo tra loro creano immagini ispirate, tentatrici e dicotomiche. IL sillogismo iniziale diventa proverbio. Nell’epoca in cui l’arte contemporanea è minacciata da falsi profeti che propongono una riluttante forma di creatività quali parametri bisogna usare per decidere se un’opera d’arte è tale o meno? Nell’immaginario collettivo la prima cosa che un’opera artistica deve essere è : ”bella”. I lavori della Cuomo sono talvolta grotteschi, altre volte istigatori, ma rimangono una corpo affascinante da guardare. Forse è questo che bisogna pretendere dall’arte contemporanea, ed è il confine tra arte e meta-arte, un opera deve conquistare l’attenzione dello spettatore. Le opere di Annabella Cuomo fanno questo. L’arte diventa racconto Scritto da Marinella Cianciaon la collaborazione di Tanja Zorzut ALBERTO MORENA dal 7 al 14 Maggio
Alberto Morena è un artista dalla matura competenza nel disegno. La sua conoscenza dell’uso dei colori, isolatamente o combinati è il raffinato strumento al servizio della sua lucida inquietudine espressiva e della sua costante volontà sperimentatrice. Questa mostra ha volontariamente selezionato e privilegiato un solo momento di questo poliedrico artista. Nasce artisticamente come disegnatore litografo e grafico nel 1949 quando viene assunto all’Istituto Poligrafico dello Stato, ove raggiunge professionalmente livelli di eccellenza; solo più tardi diviene pittore e affina questa sua capacità espressiva sperimentando varie tecniche e stili. Partecipa con successo a personali e collettive in varie città d’Italia. Rimane un pittore comunque inquieto, fuori da scuole e correnti, come ci viene descritto dalla critica presente e passata, dice di lui Osvaldo Scardelletti: “… mi ha subito aggredito non con la violenza dei colori, bensì con un’astratta simbologia inquietante di rocce, di occhi e di membra la cui volumetrica composizione, senza confini definiti, mi ha lasciato […] perplesso […] Lo immaginavo amante dei paesaggi quieti, dei colori tenui, delle trasparenze velate, come trasparente e quieto è l’Alberto che ho sempre conosciuto. [Invece] il tratto sicuro della matita, prezioso come un ricamo, tracciava, tra grassi chiaroscuri distesi, un gioco di figure il cui simbolismo ammiccante suscita in me reazioni immediate, ricordi, commozioni ancestrali e sconcertanti piaceri a galleggiare su superfici di […] onde, di membra, di oggetti e di astratte volumetrie […]. Un dire senza dire per suggerire versi, musiche, parole e fatti reali, intuiti dell’artista con complicità di memoria e tracciati con splendida mano”. Giuseppe Corsatto così definisce la sua arte: “Una simbiosi di psicologia, psicanalisi, razionalità ed emotività: è forse questa la panoramica dei soggetti organizzativi nel linguaggio artistico, ricco di messaggi scaturenti simboli, di Alberto Morena. Il suo esprimersi nella pittura e nella grafica riflette il suo impegno espletato in tale campo in espressioni apprezzate a livello nazionale e non solo. La sua è un’arte per addetti ai lavori […] Non pedissequa. Toni formali e proposte, quelle del Morena, che non lasciano assopire il mondo dell’Io, in particolare per quell’estrinsecarsi surrealista emergente da un polimorfo subconscio creato di proiezioni cariche di potenzialità”. Franco Campeggiani così la sintetizza “Nell’opera i valori razionali sono e saranno sempre chiamati in causa, ponendo l’operatore al riparo della schizofrenia. L’attività razionale serve a far luce, a mettere ordine negli impulsi vitali, a conoscerli, ma non certo a soffocarli, [… ] Alberto Morena sa che la ragione è un mezzo e non un fine. Disegnatore di razza, oltre che di professione, il suo costruttivismo formale non può che tranquillizzarci circa il suo uso delle facoltà razionali. Egli porta avanti la propria autoanalisi, dando i natali a una moltitudine di opere pittoriche e grafiche, attraverso le quali tenta di fare luce dentro se stesso, aiutando di riflesso il fruitore a cercare la propria serenità e la propria armonia.” Se e quanto l’Alberto Morena di oggi si possa identificare con queste opere e con questi ritratti critici che su di lui sono stati fatti, non ci è dato di sapere, mentre le sue capacità, la sua onestà, la sua insaziabile curiosità e la sua perenne ipercriticità ci fanno presagire nuove opere a venire che torneranno a sorprenderci. Sergio Caruso di Sevak Grigoryan 1915 dal 24 Aprile al 4 Maggio
“Art.6: 1.Gli Stati parti riconoscono che ogni fanciullo ha un diritto inerente alla vita. 2.Gli Stati parti assicurano in tutta la misura del possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo” Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia,Assemblea generale delle Nazioni Unite, 20 Novembre 1989, New York. Nel 1915 si consumava una tragedia umana, i protagonisti sopravvissuti pagheranno il prezzo di essere stati testimoni, nella responsabilità di andare oltre al male perpetuato nei loro confronti. Quando il mondo è volontà nella sua rappresentazione. Sevak Grigoryan presenta il suo punto di vista dinanzi al genocidio armeno. Lo fa raccontando l’infanzia. La perduta innocenza di chi dinanzi alla morte, all’odio, è costretto a dare ragione, a dare risposta, ad andare oltre la facile contrapposizione. I sentimenti e la passione che le opere trasudano,sono l’operazione di un artista che non ha paura di mettersi in discussione. Di un artista che scava nel proprio inconscio quelle immagini della paura dinanzi alla morte. Di un artista che sperimenta se stesso bambino, se stesso uomo dinanzi all’orrore di conoscere nella vita terrena anche il male e porsi di fronte ad una scelta. Di un artista che sperimenta un linguaggio possibile per favorire l’identificazione dell’osservatore. Di un artista che sviscera i sentimenti istintivi, legati ai meccanismi della sopravvivenza della specie, e contemporaneamente tenta, riuscendoci, a elaborare un lutto storico. Di un artista che prova a dare una chiave di liberazione dal dolore attraverso lo strumento della cultura. La sua visione alchemica si ritrova nella scelta cromatica: nero, rosso e bianco. Il nero, che stringe e costringe i corpi, che esalta lo stupore negli occhi, che annulla ogni forma esteriore. Il rosso, che delinea , con pennellate ardite, le pose inusitate di bambini costretti ad essere testimoni, ad essere dei sopravvissuti. Il bianco la liberazione, la luce, l’aurora, la speranza. A quest’ultimo è rivolto lo sguardo dell’unica opera scultorea presente nella mostra. Perché Sevak anzitutto è uno scultore. E scolpisce senza remore le immagini che la memoria del cuore non può dimenticare. Ilde Lazzara Profilo Sevak Grigoryan nasce in Armenia nella città di Yerevan nel 1979, nel 1990 frequenta il Centro Repubblicano di Educazione Estetica nella sua città natale con il "Gruppo studiosi della scultura" per proseguire poi il proprio percorso di formazione presso il liceo artistico " P. Terlemezyan", percorso che lo porta poi a diplomarsi in scultura presso l'Accademia di Belle Arti di Yerevan. La sua curiositè e dedizione alle arti plastiche lo portano fino in Italia dove lavora e studia, da prima all'Accademia di Belle arti a Firenze, poi a Roma, dove viene ammesso alla Scuola dell'arte della Medaglia dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, e dove apre la sua personale presso la Galleria 291 Est nel 2009 “La danza dei sette veli”. Nella sua carriera numerose le esposizioni che svolge nel suo paese, terra a cui è molto legato, tanto che nel 2003 realizza anche un'opera pubblica intitolata "Phoenix" nel tufo, per la piazza principale della città di Spitak. Attualmente vive e lavora a Roma. 100% SHELLY ![]() 12.19 Aprile 2010
Shelly è pop, Shelly è nipponica, Shelly è profondamente divertita, Shelly è messa in scena, Shelly è al 100% artificio straniante di un immaginario profondo. Lo sguardo pittorico delle sue composizioni prende dalla fotografia l’artificio dei primordi. Volti, corpi, oggetti reali sono ritratti in un contesto ironico ed esaltante. Musica per iridi ruotanti al ritmo di jingles glitterati. Le trascrizioni che emergono dal mondo di Shelly, omaggiano la cultura dei media della nostra epoca. Shelly ricicla la plastica delle Barbie creando erotismo burlesque per organi infreddoliti dal copia incolla dell’immaginario diffuso. Se la natura è morta lo è anche il piercing delle bocche ammiccanti, il nudo in posa Vogue, i boccoli fluttuanti e l’espressione mod di terza onda che ne preserva il brit senza perderne il pop. Succose gelatine che fanno prevederedivertenti sviluppi per questa giovane artista. Ilde Lazzara Profilo Sara Graziosi alias “Shelly” nasce a roma nell’85 intraprende studi artistici fin dal liceo, vince il concorso nazionale di interior sea design di Fano 2003/2004, successivamente comincia a lavorare come modella, professione che la avvicina alla fotografia. Frequenta la Scuola dell’Arte della Medaglia. Tra le apparizioni più recenti si può contare l’eposizione all’Akab di Roma nel Novembre del 2009 e la pubblicazione sulla rivista indipendente di fotografia, arte e cultura Poupourri. En Attendant…bondyé ![]() 7/14 febbraio 2010
vernissage: domenica 7 febbraio, ore 17.30 Un evento organizzato da un gruppo di artisti provenienti della Scuola dell’Arte della Medaglia con il fine di raccogliere fondi da devolvere a Medici Senza Frontiere. Il vernissage, che si svolgerà il giorno 7 Febbraio a partire dalle 17.00 vedrà gli artisti “esporre se stessi” lavorando direttamente in galleria, produrranno alcune opere sotto gli occhi degli spettatori, il tutto in contemporanea ad una performance musicale. L’ esposizione, che rimarrà visitabile fino al 14 Febbraio, offrira opere che spaziano dalle arti grafiche all’illustrazione, dalla scultura alla fotografia. Si ricorda che tutte le opere esposte sono in vendita e che il ricavato verrà interamente devoluto a Medici Senza Frontiere per l’Emergenza Haiti. Gli artisti: Virginia Colonnella, Sara Graziosi, Sevak Grigoryan, Anna Legge, Lionello Recchia, Gionatan Salzano
Curatore e installazione: Davide Del Prete Performance musicale: Emad Haddad Concept: Luigi Miranda Grafica: Vania Caruso per Galleria 291 Est Ufficio stampa Galleria 291 Est Se l'approssimarsi dell'equatore non avesse fatto di quel giorno un tempo uguale nel "vano" alternarsi delle stagioni tropicali, l'ispirazione per la cronaca visionaria del Carpentier de El reino de este mundo,- conclusa (con luogo e data in calce) a Caracas, il 16 marzo 1948- avrebbe potuto condurla Mercurio sulle ali di un vento già foriero di fragranze primaverili, o forse la stessa Flora, scalza e in atto di offrire essenze e cromìe inebrianti. Ma l'ausilio di un genio bizzarro non va comunque escluso. O l'incursione del cubano Carpentier nell'epopea di Haiti -dalla rivolta degli schiavi del 1791 all'indipendenza dalla Francia del 1803, vissute attraverso gli occhi e i pensieri dello schiavo Ti Noel- non avrebbe potuto toccare la temeraria cima della profezia. Così, ispirata e solenne nella sua realtà magico-religiosa e Dio solo sa che altro, la cronaca si svolge lungo il cammino parallelo della Storia e delle storie, e la parabola esistenziale di Ti Noel, protagonista suo malgrado, si tinge continuamente di toni apocalittici. E infatti, attraverso una mistica insondabile, possono ritrovarsi documentati "veleni" che si trascinano nelle pianure a decimare tori e cavalli al pascolo, sino a scoprire, con terrore, che "el veneno habìa entrado en las casas"; ovvero le gesta del "gran viento verde, surgido del Ocèano" che "con bramido inmenso" si infila nelle valli e si arrampica sulle alture, che frastorna e riduce in rovina "la antigua hacienda" con i suoi "tomos de la enciclopedia" e la "caja de mùsica", che sradica gli alberi "sacando las raìces de la tierra", e che spinge per tutta la notte un mare, divenuto pioggia, sino "en los flancos de las montañas". Più vera -nel suo essere dichiaratamente fantasia- del vero che ci si "oppone" oggi, e quotidianamente, la distruzione dell'isola sotto il cielo (sempre azzurro per noi) dei Caraibi, "operata" dal bizzarro genio ispiratore del "profeta-autore", consuma la nostra pietà nella triste fine dello schiavo, carico di una stanchezza cosmica, sparito nella tempesta del vento verde e forse finito in pasto ad un avvoltoio, in agguato e con le ali spalancate in una cruz de plumas. Il resto è attesa. Che dalle pagine di un vecchio libro ritorni il mandingo Mackandal già giustiziato sul rogo, a fomentare rivolte e a "liberare", previa resurrezione, sempre possibile ad Haiti, dalle sue stesse ceneri (del tipo araba fenice); e che il nostro mendicare sicurezze si illumini finalmente dell'arrivo di un Godot qualsiasi, purché risolutivo. E Godot, che ha la barba bianca, non fa nulla se non lasciarsi attendere. È vero, gli tocca anche l'onere di inviare, ogni sera, un giovane "messaggero" per posticipare, a domani, la sua venuta ma…grazie a lui si eviterà un destino crudele e ciò basta a che l'attesa, nel teatro dell'assurdo, abbia almeno un senso compiuto, per quanto fragile nella sua imprescindibilità. Godot assomiglia a Bondyè, la potenza dello spirito del woodoo haitiano: anche Bondyè è ineffabilmente altrove, nel mundo de los Altos Poderes, forse giungerà nel regno di questo mondo il giorno meno atteso, e può servirsi di un tibonange, un giovane "messaggero". Ma Bondyè ha delegato ai Loas, gli spiriti degli antenati, gran parte delle sue incombenze, nel bene e nel male. Ed è a questi ultimi che il voodoo riserva le cure maggiori. Loas che ormai, abbandonati dalla contigenza del sopravvivere, invadono Haiti nelle loro sembianze più crudeli. E, visti i risultati, senza dubbio alcuno… ***
Sospesa tra Godot e Bondyè, di fronte all'orrore della morte in diretta di un intero popolo allo sbando e in balìa di eventi catastrofici, la coscienza in attesa vacilla. E s'interroga. Su quanto destinare della propria umanità alla risoluzione di una contesa che contrappone sostanza e spirito avversi, e sulla forma migliore di compassione. E forse è per questo che ad un gruppo di allievi "Sam" (al secolo Scuola dell'Arte della Medaglia), ognuno con le proprie geografie e individualità, è sembrato conveniente coniugare i termini contrapposti nella pratica profana di offrirsi sul grande palco del mondo in una performance in cui l'artefice, laddove investito da mandato superiore, ex alto, è colto nel momento stesso del suo agire nella realtà. Ciò comporta, per l'artefice d'impegno, un superamento, seppure momentaneo, delle due dimensioni del regno di questo mondo e quello degli Alti Poteri, per farsi testimone, ovvero, considerata la volontarietà dell'offrirsi, martire e dunque visionario: l'atto creativo esibito nel suo divenire fa partecipi della stessa "essenza coniugata" i convenuti al simposio che, da Platone in poi, non può che argomentare d'Amore. L'artefice si consuma nel gesto e "lascia" la sua opera, fagocitato dagli occhi bramosi degli astanti mai sazi. Testimone è colui che è presente all'evento e, senza neppure spiegarselo, ne conosce ogni intimo dettaglio. E testimone è soprattutto colui che si fa carico di raccontarlo quell'evento, così come lo ha visto e percepito, in una lingua che è solo sua e che non ammette traduzione alcuna. L'intesa, se c'è, è per misteriosa e meravigliosa empatia. ***
Una visione apocalittica si è detto, quella di Carpentier, vissuta attraverso gli occhi e i pensieri dello schiavo Ti Noel, sempre fiducioso (ma contro ogni tentazione al Candido del cinico Monsieur Voltaire) in un mondo al di là de el reino de este mundo, nonostante gli eventi…, eppure né Ti Noel, né Carpentier sapevano, in quel lontano marzo del '48, quali sventure avrebbero ancora offeso l'anima di una già “sperduta” Haiti, né del successivo e sanguinoso "risvolto" Duvalier, né degli ultimi atroci eventi naturali, ma ne presentivano e ne paventavano l'inevitabile arrivo: "Ti Noel aveva speso la sua eredità e, nonostante fosse giunto all'ultima miseria, lasciava la stessa eredità ricevuta. Era un corpo di carne già trascorsa."
Questo impegno-testimonianza allora, è dovuto, prima ancora che alla ragioni della mera partecipazione, alla nostra stessa umanità. Perché si lascino eredità più cospicue dell'ultima miseria. Fosse anche per non sentirci, una tantum, spettatori distratti di tragedie immani, e ineffabili nelle nostre ottiche incorniciate in pollici di schermo. Né per lasciarci cogliere in atto di assistere imperterriti al succedersi d'inusitate effigies, terribili quanto inutili in quel loro moltiplicarsi all'infinito. E vane, come grido che si fa eco e rimbalza da altri mondi, mondi estranei, fuori d'ogni logica, e senza nesso alcuno ormai, con un'origine che pure fu reale.
Rassicurati da un fato ostile che anche per oggi, per fortuna, si è rivolto altrove. E ben decisi a mantenerci, in eterno, en attendant…Bondyè.Luigi Miranda ESTERNO GIORNO di Francesco Scirè
16/23 gennaio 2010 "Le cose, quando le guardiamo, sono uguali a quello che sembrano quando non le stiamo guardando: pensai che se avessi regolato una macchina fotografica in modo che scattasse automaticamente in una stanza in cui non ci fosse alcuna presenza umana, sarei riuscito a cogliere le cose alla sprov vista, e a conoscere così il loro aspetto reale.” (José Saramago . Il Quaderno) In questa frase è racchiuso il senso e il modo in cui nascono le immagini che fanno parte di questa esposizione. Appunti di un viaggio urbano, all’esterno di tutto, dove la città si svela lentamente, con un timido incedere di dettagli che sbucano da dietro gli angoli, tutti gli elementi affiorano nelle immagini, per ultimo il fattore scatenante della città stessa: l’uomo. Forma, espressione, ironia, attesa, geometrie, povertà e abbandono tutto si sintetizza in un unico “brano” visivo. Come sosteneva Henry Cartier-Bresson : “Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore. Fotografare è un modo di capire che non differisce dalle altre forme di espressione visuale. E’ un grido, una liberazione!”. E’ questo forse la linea guida su cui si fonda il lavoro di Scirè, un rapporto diretto tra realtà e cuore, una fascinazione per gli attimi che casualmente si inseriscono nella nostra vita generando emozioni. Emozioni che l’autore cerca di catturare per poi regalare allo spettatore che con curiosità si accinge ad esplorare la sua fotografia cercandovi elementi della città, volti che quotidianamente si incrociano andando a lavoro e sensazioni che si sono impresse nella nostra memoria. Francesco Scirè
Ingegnere elettronico e fotografo.
Scirè nasce a Palermo nel 1964. Dopo gli studi di ingegneria, si trasferisce a Roma dove attualmente vive e lavora e dove la sua passione per la fotografia diventa parte importante della sua espressione. Scirè inizia a lavorare con la fotografia agli inizi degli anni ottanta con una Minolta, abbandona poi il mezzo analogico nel 2006 entrando nell’era del digitale con la Canon. Il rapporto con il mezzo digitale sviluppa in lui una forte ricerca del dettagio per creare uno sguardo di insieme in cui ogni particolare è elemento fondamentale nella composizione. Partecipa al concorso fotografico internazionale National Geographic e ancora al concorso Sony World Photography Awards 2010. Tra le ultime esposizioni si conta nel 2008 la presenza nella collettiva dal titolo “Declinazione della gioia” nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia a Roma. “EFFETTI PERSONALI” di Jole Falco Dall’8 al 15 Dicembre 2009 Il fascino indiscreto dei nostri consumi, la materia come nucleo su cui posare gli occhi, ritorno alla natura stessa dell’oggetto, ritorno da un viaggio, andata e ritorno nel mondo della forma e della scultura che si adatta ai nostri tempi e spazi. L’ecologia della forma e la materia del riciclo divengono una trasformazione simbolica negli oggetti personali di uso quotidiano. Non è importante cosa portiamo con noi, ma come quello che portiamo viaggiando possa trasformarsi in “altro” ciò che portiamo con noi. L’uso della materia scavalca il contenuto come l’idea supera il messaggio. Il percorsi di completa nelle sculture da viaggio, elementi unici e personali con se, l’opera d’arte mobile, come divulgazione dell’elemento plastico che non sia soltanto “monumento” ma che diventa piacere tattile, non lontano da noi ma con noi. La scultura trasportabile ovunque sia ci trasmette calore attraverso l’uso della soapstone, materiale che a sua volta ha viaggiato tre Canada e Africa prima di diventare scultura, calore che si genera attraverso lo strofinio della mano, la scultura come “lampada magica”. Se la iuta di Burri costituiva il perno dell’opera, la plastica da imballaggio ne assume tutti i lati cromatici. La natura si ribella e il materiale perde la sua funzione originaria per trasformarsi in “altro” e per riemergere dalle macerie di un consumismo sfrenato che non rispetta ne la materia ne la natura. È il disordine che ci ispira la ricerca del suo opposto. L’artista cerca tracce che ci conduce ad approdi di certezze che superino il quotidiano e questo lo fa componendo, smembrando, smateriallizzando ciò che di noi è “restato” non fruito, utilizzando, ma che non può essere abbandonato perché è “nostro” è umano. Superare l’altruità della materia è ricerca di sé, è oltrepassare il suo stesso concetto per ritornare alla natura stessa del possesso dell’oggetto e della sua forma. Jole falco riprende ciò che di umano è rimasto della materia al fine di recuperare la funzione di ciò che si credeva morto. Che è la Fenice? È ciò che è rimasto dopo l’abbandono o è l’arte rinata dall’abbandono? Quando si fa aderire la propria creatività alla vita quotidiana, la materia si adatta al luogo, e il messaggio creativo, l’arte come comunicazione, diventa pubblico e non più privato; un quotidiano fuori dalle case, alla fermata dell’autobus, in attesa di un ascensore o in viaggio. profilo JOLE FALCO Nasce ad Avellino e si diploma in scultura all’Accademia di belle arti di roma. Partecipa ad alcune mostre colelttive presentando le proprie opere di grafica e di scultura. In particolare è stata segnalata per la sua presenza alla: V mostra internazionale d’arte e cultura promossa dal Centro Italiano Femminile Artisti e Professionisti, presso le sale del Palazzo delle Esposizioni di Roma (1979). E ancora al Congresso Nazionale di Firenze su “Legno nel Restauro e Restaure del Legno”, alla Mostra Collettiva a Rieti “dal Nudo all’ Ignudo” (1988); alla Biennale di Arti Grafiche dell’incisione curata dall’ Assessorato a Comune di Atene sul tema del Centenario delle Olimpiadi Moderne (1990); Alla mostra collettiva presso il CISAP a Berna (1992); Alla mostra collettiva presso il Palazzo Comunale di Assisi (1993). Ha poi curato e realizzato una mostra su: “Matematica e simbologia” (1997) con la costumista Sara Chiarugi; Nell’ambito accademico, ha realizzato un laboratorio di costume e moda (2000 – 2009). Attualmente vive e lavora a Roma. "EN TOUCHANT" di Gionatan Salzano Dal 27 Novembre al 4 Dicembre 2009 Un nuovo appuntamento in galleria con un’installazione che sovrappone la figura dell’artista a quella dello spettatore, una vera mostra interattiva, dove alla performance tattile di Nella Salemme si aggiunge l’esperienza della metamorfosi, le opere vivranno grazie al tocco dei visitatori e all’artista, una mostra che si presenterà differente di giorno in giorno, un’installazione tutta in divenire. Dal buio. Dita che cercano materia-caos che prende e infonde. Materia venuta da profondità di vulcano: Tellus virginale che guida e riflette. Luce lunare. Eco del cuore del mondo che abbaglia e apre insospettate beatitudini. Svelato alla luce, l’intimo momento esperienziale si fa condivisione e sacrificio: che l’unicum universale sia offerta e voto! Per altri universi, eternamente mobili. Insondabili. Al tocco l’opusi appare e meraviglia. E nel triangolo materia-genio-vedente si svolge, in replica infinita, la melancholia del trasmutarsi, e mille volte altrove. Perfetto e pur sempre perfettibile nell’incontro, la soglia del sé si fa segno e dono: toccami per conoscere! Il resto è parola, Logos che nulla svela. Dal fare. La fatica di incrociare l’aria per la giusta atmosfera. Con le mani. E con gli occhi contemplare quanto rimane di primigenia materia dopo tanto sostatare in attesa del sì, “res accendent lumina rebus”. intervento scritto da Luigi Miranda Profilo Gionatan Salzano nasce a Napoli nel febbraio del 1989, adolescente scoprirà in se un’attitudine alla fare artistico che troverà, in questa prima fase, naturalmente sbocco nello studio e pratica del disegno. Seguiranno gli anni del liceo e la scoperta delle arti plastiche a cui si legherà in maniera particolare. La materia diviene pretesto e luogo di una ricerca interiore che assumerà toni mistici tanto che lo condurrà da approfondire discipline rivolte alla conoscenza dell’essere sul piano psicologico e filosofico, con incursioni frequenti nelle scienze occulte. Al liceo seguiranno esperienze formative che lo condurranno, tra l’altro, in una antica bottega di pastorai, ovvero nel cuore vivo e pulsante dell’immaginario tradizionale partenopeo. Ammesso alla scuola dell’arte della medaglia ha l’opportunità, grazie all’indiscusso livello tecnico offerto, di arricchire il suo bagaglio di conoscenze, di tecniche e di materiali per nuove per proseguire le sue avventure espressive. "3CITYS1WAY"di Massimo Nolletti dal 13 al 20 novembre Uno sguardo apparentemente rapido, un impulso a rubare una sensazione, questo è il lavoro di Massimo Nolletti, che attraverso la pellicola restituisce “l’impressione” di 3 città differenti, città in cui le strade sembrano essere il cuore pulsante dei luoghi da lui descritti. Il movimento, le luci e le ombre trasmettono il misticismo di Istanbul, l’eternità di Roma e l’imprevedibilità di Amsterdam. Le immagini prodotte da Nolletti sembrano emanare il suono delle città, in una sorta di azione di missaggio dei diversi elementi che le strade presentano. Il lavoro, realizzato interamente e rigorosamente in pellicola (400 tri x), risulta come un diario di viaggio in cui quello che rimane non sono le informazioni o gli aneddoti, i volti o le architetture, ma una serie ricchissima di tonalità e vibrazioni. Il contatto con il mondo tangibile e con la vita che contiene è forse l’elemento che più caratterizza il lavoro di Nolletti, che cerca nella fenomenologia degli eventi il suo soggetto, orientando così il fare “reportage” verso una fruizione più rapida e diretta con l’attimo che si va a documentare. Anche nei servizi realizzati sui luoghi della provincia dell’Aquila colpiti dal terremoto del 6 aprile, è la vita, il movimento della gente, i luoghi nella loro disgregazione o immobilità che vengono raccontati, le stesse foto sono poi state scelte per essere esposte nell’agosto del 2009 ad Aielli, un paese della stessa provincia. Attualmente Massimo Nolletti si trova impegnato in più progetti, il primo dei quali è un reportage sui R.A.S.H Roma. Il suo rapporto con la fotografia nasce in modo casuale, è infatti la musica ad essere al centro della sua formazione e della sua creatività attraverso una ricerca che lo vede impegnato nell’utilizzo di quelle sonorità che fanno parte della sfera del quotidiano. L’entrare in una camera oscura lo mette di fronte alle infinite possibilità che la fotografia da, gli si presenta come una sfera nuova di esplorazione della realtà. Nolletti non sostituisce la fotografia alla musica, ma le utilizza entrambe con la stessa sensibilità e lo stesso fine, identificando nella macchina fotografica però, l’elemento, o meglio, il mezzo che lo ha portato a vivere ed esplorare situazioni nuove e spesso distanti da lui. La fotografia, così come la musica sono quindi per Massimo Nolletti la possibilità di entrare in contatto con le vibrazioni che il mondo contiene. per vedere altre foto visita la galleria fotografica di Antonella Di Girolamo "IT IS NOT ME IT IS YOU" dal 3 al 10 ottobre 2009 “AVATAR deriva dal sanscrito e significa assunzione di un corpo fisico altro da parte di un dio per poter svolgere un compito sulla terra. Rappresenta nuova forma di noi stessi, con altri compiti e altre funzioni, con nuove aspirazioni: ALTER EGO”. Per la “Quinta Giornata del Contemporaneo” promossa da AMACI, prevista per il 3 Ottobre 2009, la Galleria 291 Est è lieta di presentare il progetto IT IS NOT ME, IT IS YOU a cura di Francesco Russo. L’intento della galleria e del curatore è quello di creare una mostra collettiva sulla tematica dell’alter ego nella quale convogliare le opere di artisti appartenenti alla sfera dell’arte contemporanea, con particolare attenzione agli aristi giovani. Nella nostra società contemporanea, il flusso continuo visivo proposto dai sistemi mediatici, ha reso “l’immagine del reale” assai credibile e forse più desiderabile del reale stesso. Immersi in un fluire continuo di informazioni e standard visivi mescoliamo finzione e realtà perdendo inevitabilmente le coordinate di riferimento tra questi due poli. L’essere assediati dalle immagini video, cartacee ed elettroniche ha creato in noi forti scompensi di identità spingendoci ad incarnare l’immaginario altrui rielaborandolo su noi stessi. L’alterazione del sé, è un punto di confronto fortemente sentito da chi fa’ arte. Il punto di partenza della tematica dell’alterazione, è un tentativo di descrizione di sè stessi rivolto al mondo esterno. Il desiderio di manifestazione verso gli altri è uno stadio essenziale, sovente involontario ed inconscio, con cui chi fa’ arte sente da sempre l’esigenza di confronto. La manifestazione più evidente di questa fase è senza dubbio l’autoritratto. Spesso l’autoritratto è un lavoro che “rimane nel cassetto”, è una delle prime fasi con la quale un artista si mette a confronto e che col tempo finisce per essere considerato da lui stesso troppo obsoleto. Eppure, l’autoritratto è indubbiamente l’espressione di un confronto spontaneo e particolarmente emotivo della manifestazione del sé. Nella pratica artistica contemporanea, il descriversi non è strettamente limitato ad un rapporto di somiglianza della propria fisicità. L’autoritratto ha smesso di essere indice di referenza. Parlare di sé, allo stato attuale delle cose, significa infatti prendersi carico non solo di noi stessi, ma di tutto l’immaginario comunitario a cui volutamente o meno siamo invitati a prendere parte. Attualmente quindi è più corretto parlare di alter ego che di autoritratto, in quanto la somiglianza dell’artista alla sua elaborazione, sconfina dalla modalità di riflessione soggettiva, per costituirsi in identità parallela forgiatasi attraverso l’osservazione altrui. Per la mostra collettiva sono stati selezionati 12 artisti, alcuni scelti in base a lavori già realizzati, altri con lavori ex-novo concepiti appositamente per il progetto. Il gioco di relazioni tra le varie opere esposte, pone un punto di domanda sul concetto di identità allo stato attuale della nostra società. Le opere di ciascun artista partono in primo luogo da un’analisi del proprio sé, utilizzando il corpo o il proprio immaginario come display sull’immaginario collettivo. Le opere esposte, comunicano e si confrontano volutamente l’una con l’altra enfatizzando in questo modo la pluralità di segni generati dall’ego: una pluralità di alter ego. Artisti e Opere Marco Baroncelli, KA, 2008, dv pal 4:3 colore, 5’ Sara Basta, Non Guardarmi, 2007 video, colore, 6’ Jessica Gaudino, Senza titolo, 2008 5 foto su carta lucida formato 20x30 Marcela Iriarte, Puzzeled, 2009, collage 30x40 cm Maria Carmela Milano, Sotto Pelle, 2009, installazione multimediale Kirsten Lyttle, “What are you?”, 2008, video colore, 9’ Chiara Mu, Identity project - “Body”, 2002, 6 foto b/n, 23x17cm Maria Pia Picozza, “Senza titolo”, 2005, video colore, 7’ Luigi Rizzo, Loop, 2008, 8 fotografie colore formato 30x40 Guendalina Salini, 2 video stills da "La canzone dell'idiota", 2009, 2 fotografie10x15 Marco Scola, Sindrome da sindone, 2009, foto e pittura 2,10x0,80cm The Gastronauts Italian Project, cibo/CIBO, 2009, installazione per vedere altre foto visita la galleria fotografica di Antonella Di Girolamo "QUADROCARTOLINE, Pratiche Pitture Mobili" di Medile Siaulytyte dal 18 al 25 settembre 2009 L'idea delle Quadrocartoline nasce da una condizione comune a molti: instabilita' e incertezza.L' impossibilita' di stabilire se non per tempi brevissimi, la propria casa, il proprio lavoro, il proprio futuro, costringe a continui sradicamenti dai luoghi, dalle persone, dalle semplici intenzioni. Gli spazi dove agire e crescere diventano sempre piu' ridotti. Diminuisce lo spazio e il tempo, si moltiplicano i paesaggi, i landscape conosciuti. Ma dove un albero non ha il tempo di mettere radici solide ci riesce invece una pianta di trifoglio. Cosi' la pittura di Medile Siaulytyte si fa agile, mobile, da viaggio. Assunte le pratiche dimensioni di una cartolina, queste pitture su tavolette di legno si insinuano come erba veloce fra le poche crepe che il tempo e lo spazio ci lasciano. E crescono. E si moltiplicano restituendoci poi una visione d'insieme estremeamente indicativa dei sentimenti del nostro tempo: frammentazione e precarieta' dell'esistenza, ma anche una sorprendente capacita' di adattamento e di trovare soluzioni seppur non definitive almeno capaci di superare l'ostacolo piu' imminente. Ed andare avanti. Ed e' questo che ci viene in mente scorrendo fra le mani queste pratiche pitture mobili, brevi messaggi da un futuro incerto, ma comunque, un futuro. "TEXTURES" Di Francesco Costabile, Valerio Faggioni, Medile Siaulytyte 18 settembre 2009 L'esperimento sonoro/performativo nasce dall'esigenza di sperimentare la dimensione organica/inorganica nell'ambito dell'esperienza musicale. Le sonorità prodotte, mediate dai tessuti, rispondono al tentativo di creare reazioni emotive/sensoriali capaci di stimolare il nostro inconscio. Il suono organico, entrando in una cassa di risonanza che è il nostro corpo, ci offre la possibilità di riallacciare le connessioni col nostro stato prenatale. Note biografiche Medilè Siaulytyte già all’età di quindici anni esegue composizioni astratte di grande formato su carta da pacchi. Dopo aver frequentato la scuola privata del ‘disegnio libero’ a Vilnius, Lituania dove ha avuto l’occasione di apprendere diverse tecniche prosegue diplomandosi in Scenografia all’accademia di Belle Arti di Vilnius. Per ampliare la propria conoscenza decide di continuare i suoi studi in Italia. Grazie all’assegnazione di una borsa di studio ha l’occasione di studiare scenotecnica all’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino. Proprio durante la sua permanenza in Italia l’artista viene a conoscenza della Scuola Nazionale Di Cinema a Roma e decide quindi di intraprendere la carriera cinematografica. L’avvicinamento al mondo dello spettacolo sviluppa in lei un caratte curioso e sempre alla ricerca di nuove tecniche e suggestioni. Il suo percorso professionale all’interno del mondo del teatro si lega profondamente con il regista lituano Jonas Vaitkus, per il quale realizza quattro spettacoli nella veste di costumista e scenografa in completa libertà creativa. Valerio Faggioni musicista e sperimentatore ha vissuto e lavorato per molti anni a Londra. E' uno degli autori delle musiche del documentario Biùtiful cauntri vincitore del Nastro D'Argento 2008. Maggiori informazioni su lavori e progetti sul sito www.valeriolab.com Francesco Costabile è diplomato in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Tra i suoi lavori di cinema si ricordano "L'Armadio" ; "Dentro Roma"; "L'abito e il volto - incontro con Piero Tosi". per vedere altre foto visita la galleria fotografica di Antonella Di Girolamo "PUPAZZILLO" di Eugenio Pozzilli dall' 11 al 13 settembre 2009 Tre giorni per conoscere PUPAZZILLO, la figura appena partorita dalla mente di Eugenio Pozzilli, istrionico grafico che presenta il suo mondo al pubblico in una “tre giorni” che si è svolta dall’11 al 13 Settembre. Note biografiche Eugenio Pozzilli nasce a Roma nel 1985, città dove vive e lavora tuttora. Ha frequentato il "Liceo Artistico Sperimentale di via Ripetta" conseguendo il "Diploma di Maturità Artistica con specializzazione Grafica". Successivamente frequenta la "Accademia delle Arti e delle Nuove Tecnologie" qualificandosi come professionista della grafica e del web design. Contemporaneamente e dopo gli studi è assunto in importanti agenzie di grafica e comunicazione dove affina le proprie competenze con la pratica lavorativa. Parla, legge e scrive in italiano, inglese e tedesco. Conosce e utilizza i moderni programmi di grafica, ma non ha mai lasciato da parte il disegno a mano libera continuando quindi a fare quadri e illustrazioni. Non ultimo, ama scrivere: capacità questa che, assieme alla grafica e all'illustrazione, dà alla luce brevi testi autoprodotti e curati in ogni singola componente. scoprite le mille facce di Pupazzillo su www.eugeniopozzilli.it per vedere altre foto visita la galleria fotografica di Antonella Di Girolamo "RITRATTO DI GATTO:DALL'EMISFERO SUD A ROMA" di Elise Garnaut e Queenie Chow dal 16 al 21 giugno 2009 Queenie Chow viene dal sud della terra, la Malesia, e Elise Garnaut dalla "fine del mondo", l'Australia, si sono incontrate nella Capitale grazie ad uno spirito comune che le ha portate fino a Largo di Torre Argentina, dove i famosi gatti di Roma si mostrano in tutta la loro bellezza. Elise Garnaut già da anni è volontaria presso il "Torre Argentina Cat Sanctuary"; questo le ha permesso di sviluppare un forte legame con i gatti, arrivando a conoscerli uno ad uno; da qui l'idea di fare il ritratto di ogni singolo gatto con lo scopo di caratterizzarli, raccontare la loro storia, dargli un nome e un volto per dichiarare che gli animali non sono numeri ma esseri viventi come noi. Le opere che ha creato sono un omaggio a tutti i gatti di Torre Argentina, alla loro bellezza, al loro coraggio, alla loro tristezza e, malgrado tutto, al loro spirito di sopravvivenza. Anche le opere di Queenie sono un omaggio a tutti i gatti; il suo stile spontaneo e l'uso di luce e colori raccontano la gioia e l'allegria che sanno esprimere. Le due artiste collaborano nella realizzazione di una mostra che prenderà vita grazie anche alla collaborazione di diversi artisti che si presteranno a creare diversi momenti di incontro: primo appuntamento con la performance del duo Catacoustik. (Sergio Amico, chitarra e voce - Tim Colbourne chitarra ed eukelele), e ancora con il reading di Marco Lupo "Racconto breve di un gatto" e di "Nelson, il re senza occhio", racconto di Deborah d'Alessandro. Inoltre per questa mostra è stata creata una serie, in edizione limitata, di cartoline e posters il cui ricavato andrà al Torre Argentina Cat Sanctuary insieme ad una percentuale dei ricavi dalla vendita delle opere originali. Note biografiche Queenie Chow Nata a Bentong, Pahang, ha studiato a LimKokWing University College of Creative Technology. Questa formazione le ha concesso di poter seguire una carriera in design e pubblicità. Nel 2000 ha creato un impresa di arte e artigianato. Ora ha realizzato il suo sogno e dipinge a tempo pieno. Le opere di Queenie sono un espressione di vita spensierata e felice tra gatti e personaggi bambineschi. Le loro espressioni di gioia, i loro pensieri immaginativi e naif, le loro semplici azioni sono catturate, nelle loro forme e linee, con un senso di colore e movimento. Le sue serie di quadri rappresentano svariate espressioni: dalla libertà alla purezza, dalla fiducia alla sicurezza, dall'amore alla sorpresa, fino alla curiosità ed al divertimento nella loro semplice vita. Per il futuro Queenie ha un progetto: viaggiare e fare dei soggiorni in diversi paesi proseguendo il suo sviluppo artistico. Per lei è una tale gioia vedere nuove forme d'arte e poter conoscere diverse culture e popoli. Tra i paesi che desidera visitare di più c'è il Giappone, gli Stati Uniti, la Francia, l'Italia, il Regno Unito e altri parti dell' Europa. Attualmente sta preparando una serie di mostre a Roma. Elise Garnaut Nata e cresciuta in Australia, negli ultimi anni ha scelto come base l'Europa. Ha vissuto ed esposto ad Hong Kong, in Olanda, Spagna, Italia, Inghilterra, Francia e Germania. Tuttora vive e lavora a Roma. Le sue opere uniscono le influenze dei grandi pittori europei come Matisse, Chagall, Rousseau e Klimt in uno stile vibrante, coraggioso e naif. I suoi quadri sono impregnati di tipici elementi orientali: i colori forti e brillanti dell'Australia, i motivi floreali dell'arte giapponese e le sintesi dei colori e delle linee. Le sue opere più recenti raccontano Roma ed i suoi gatti attraverso anche nuovi metodi d'espressione come la scultura, installazioni e performance artistiche. Marco Lupo Nasce a Heidelberg nei primi anni '80. La sua formazione letteraria lo portano a lavorare come redattore di un mensile, collabora con vari siti letterari, scrive soggetti e adattamenti per cinema e teatro. Per due anni è stato lettore e traduttore per la Newton&Compton. Scrive racconti: ne ha pubblicati due in rispettive antologie. Inoltre ha collaborato con gli Enenvolvo in qualit&grave di autore ed attore. Offre la sua voce per progetti cinematografici e teatrali. Attualmente è impegnato insieme a Stella Veloce, violoncellista e co-autrice nello spettacolo teatrale: "Interni". Deborah d'Alessandro L'autrice italo-americana nasce a New York, le sue origini la spingono a vivere in Italia per 20 anni dove lavora come insegnante di inglese con bambini ed adulti. Nella sua avventura italiana si ritrova a collaborare per 10 anni come volontaria presso il Torre Argentina Cat Sanctuary per il quale svolge un'importante e intenso lavoro di Public Relations. Nel 2002 pubblica il suo libro "Nelson. the one-eyed king - il re senza un occhio", un libro per bambini bilingue premiato per la non violenza dalla Regione Lazio. La scrittrice inoltre devolve tutto il ricavato del libro al Torre Argentina Cat Sanctuary. Attualmente vive e lavora a Nizza. "Sogni" di Emanuela Rossoni dal 5 al 12 giugno 2009 Emauela Rossoni ci accompagna in una passeggiata attraverso le sue suggestioni cromatiche che scaturiscono con grande vivacità dalla dimesione onirica, dimensione in cui l'autrice trova vibranti richiami alle immagini che si imprimono nella sua mente nell'osservare e assorbire il mondo che la circonda. L'uso dell'oro, del bronzo e del rame creano un'immagine immateriale, che si sublima nel confronto con la luce circostante coinvolgendo i colori vicini che acquistano dinamismo. Proprio come nei sogni, le immagini vengono potenziate nelle loro caratteristiche più salienti, i campi cromatici si trasformano incarnando gli stati d'animo più inconsci come specchio del proprio essere più profondo. I colori diventano parole che raccontano le sue visioni filtrate dalla psiche, attraverso un chiaro uso delle simbologie che nelle filosofie orientali vengono attribuite al colore. Guardare le sue creazioni diventa quindi un vero e proprio incontro con una persona che racconta se stessa e principalmente il suo rapporto con il mondo visibile. "La danza dei sette veli" di Sevak Grigoryan installazione Galleria 291 di V.Caruso e C. Colini 8 - 15 MAGGIO 2009 La galleria si trasforma nella corte di Erode, dove il rumore del desiderio sessuale copre ogni altra cosa, il suono stridente dell'accusa di immoralità diventa voce di trasgressione che si trasforma nel desiderio della morte stessa, della carne e del sangue. Il tutto è reso esplicito, impossibile distogliere lo sguardo dalla realtà che non vede possibilità di redenzione dall'essere materia pura. Posizioni sessuali che evocano i desideri scaturiti dall'immaginario dei personaggi di Erode e Salomè si impongono allo spettatore con prepotente chiarezza. Dietro all'elemento più palese dell'erotismo si nasconde la verità di una vicenda a metà tra drammaturgia e realtà storica che identifica in Salom&grave il simbolo della più perversa lussuria e della spregevole necrofilia, percorso o declino di un sentimento deviato dalla strumentalizzazione da parte della madre Erodiade, che trova così il suo cammino libero per proseguire nel suo peccaminoso matrimonio con Erode, a sua volta grande carnefice, che sotto la maschera del giustiziere elimina il bene e il male senza distinzione di sorta. L'artista interviene direttamente sulla superficie della galleria. Dando sfogo al gesto spontaneo del disegno, avvolgendo lo spettatore con le immagini che scaturiscono dalla giovane mente di Salomè. Grigoryan interagisce non solo con lo spazio, ma anche con il gruppo della Galleria 291, che mette in scena il dramma attraverso un'installazione che colloca ogni frammento dell'artista in una rete di sguardi, riportando gli elementi in una dimensione teatrale. Breve nota biografica: Sevak Grigoryan nasce in Armenia nella città di Yerevan nel 1979, nel 1990 frequenta il Centro Repubblicano di Educazione Estetica nella sua città natale con il "Gruppo studiosi della scultura" per proseguire poi il proprio percorso di formazione presso il liceo artistico " P. Terlemezyan", percorso che lo porta poi a diplomarsi in scultura presso l'Accademia di Belle Arti di Yerevan. La sua curiositè e dedizione alle arti plastiche lo portano fino in Italia dove lavora e studia, da prima all'Accademia di Belle arti a Firenze, poi a Roma, dove viene ammesso alla Scuola dell'arte della Medaglia dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, luogo in cui viene a contatto con tecniche che vanno oltre la scultura, avvicinandosi sempre più all'alchimia della materia. Nella sua carriera numerose le esposizioni che svolge nel suo paese, terra a cui è molto legato, tanto che nel 2003 realizza anche un'opera pubblica intitolata "Phoenix" nel tufo, per la piazza principale della città di Spitak. Attualmente vive e lavora a Roma. Per ulteriori informazioni sull'artista e le sue opere consultare il link:http://silvanagallery.com/Artists/sculpture_artists/Sevak_Grigorian/Sevak_Grigorian.html per vedere altre foto visita la galleria fotografica di Antonella Di Girolamo M A R C O D I N I S C I A di Marco di Niscia DAL 3 AL 10 APRILE 2009 Una selezione di scatti del 2008 che raccontano un percorso esplorativo durato circa cinque mesi alla ricerca di luoghi ormai abbandonati da tempo; luoghi vissuti attraverso un lento e profondo periodo di osservazione dello spazio, della luce e dei dettagli. L'autore attende il momento per aggiungere al suo sguardo la macchina fotografica, posizionato il cavalletto aspetta e sceglie con cura il momento in cui impressionare la pellicola. Quello che ci mostra è quindi semplicemente ciò che vede con i propri occhi, senza nessuna modifica, il mutare degli edifici si mostra nel suo naturale "essere", la natura, la luce o i writers fanno parte di una evoluzione del luogo che si avvia verso un nuovo stadio della sua esistenza. Marco Di Niscia Dopo essersi diplomato al liceo scientifico, viene catturato dalle filosofie orientali e si iscrive alla facoltà di Studi Orientali presso la Sapienza di Roma frequentandone un anno; successivamente si avvicina alla fotografia frequentando l'Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata (ISFCI) a Roma; di lì in poi la sua esperienza lavorativa lo porta a realizzare un reportage sulla settimana santa a Castel Sardo in Sardegna, quindi a lavorare come fotografo per la Festa Internazionale del Cinema di Roma nel 2008. Si avvicina anche al teatro come fotografo di scena. La sua attenzione verso il dettaglio lo porta inoltre a realizzare una istallazione intitolata "erotic tools" all'interno del "festival itinerante" chiamato MICROCUCINA in cui l'autore ritrae utensili da cucina in "pose erotiche". Marco Di Niscia è quindi un giovane autore in continua esplorazione capace di approdare in ogni contesto cercandone una comprensione profonda.O U T S I D E L I F E di Maria Carmela Milano DAL 20 AL 27 MARZO 2009 Grazie alle suggestioni e all'aiuto di Massimo Troncanetti Cura e Ufficio stampa Francesco Russo tel +39 06 960 463 71 - e-mail: f.russo80@gmail.com Una serie di autoscatti dal titolo OUTSIDELIFE, attraverso i quali l'artista, racconta il proprio corpo, un corpo che si osserva e si contempla nel flusso delle continue mutazioni della carne, cogliendo in maniera ironica, e a volte drammatica, forme espressive di esperienza emotiva. Mediante l'uso di specchi, lenti, luci, gli stati d'animo prendono forma, in un Tete-a-Tete ipnotico e sensuale col proprio se. La vita fuori, diviene quella di colui che si trova di fronte alla lente e che accede, attraverso questa, ad un mondo nuovo, pieno di potenziale suggestivo. La miscela di apparecchiature digitali - webcam e morphing - e congegni deformanti di tradizione piu' antica - specchi concavi, lenti riflettenti e camere ottiche - crea un connubio, a metà strada tra magia e scienza, finzione e realtà, evocando una suggestiva atmosfera da laboratorio alchemico e ponendo un forte accento sulla natura stessa dello sguardo umano, ingannevole in alcuni casi e rivelatore in altri ancora. La componente installativa e' materiale di fruizione inscindibile dalle fotografie. Attraverso di essa e con essa, lo spettatore, il voyer, diviene scrutatore meticoloso e attento all'intimità altrui e artefice in prima persona, delle infinite possibilità di contemplazione e deformazione delle immagini proposte. L'epifania dell'opera si rivela dunque, nell' intimità svelata dall'approssimarsi dello sguardo che attraverso lenti specchi e box luminosi, si immerge in una delicata e ironica dimensione visiva.P A P E R M O O N di AGNIESZKA WOJTANOWICZ, KATARZYNA GORNIK, MARCELA IRIARTE DAL 7 AL 13 MARZO 2009 SOGNI . ILLUSIONI . VISIONI Tre artiste, tre mondi e tre stili, un linguaggio comune: il Collage Paper Moon, un percorso che esplora il concetto di memorabilia attraverso un'arte fatta di carta, colla e immaginario. Assemblando differenti frammenti di immagini, su una tela, su un pezzo di plastica o su una scatola, si crea un "nuovo passato", un passato che si costruisce sulla memoria di attimi sognati. Nella tessitura delle opere, nella stratificazione delle tecniche riecheggia l'incessante opera rinnovatrice del ricordo, che attraversa le maglie del presente con la forza dell’evocazione onirica. Le tre artiste, come collezioniste ossessive, accumulano immagini, senza tesaurizzarle ma smembrandole, per costruire ricordi di attimi mai vissuti. Un'esposizione che prende vita da una selezione di collage dipinti, collage fotografati, collage tridimensionali, stampati e reinterpretati attraverso la manipolazione digitale; una mostra nutrita di quei simboli che suggeriscono la sensuale complessità e le contraddizioni contenute nei sogni. per vedere altre foto visita la galleria fotografica di Antonella Di Girolamo
LE BROCANTEUR di primavera Dal 21 al 24 Maggio 2009 tornano paolo e palma Un viaggio attraverso le età e e riti di passaggio della società nel XX secolo. Articoli provenienti dalla Francia che ricordano i gesti legati a quotidianità ormai perdute. abiti, bijuox e antiquariato per maggiori informazioni su abiti e antichità contattare Paolo e Palma +39 3490845634 LE BROCANTEUR - Motivi Francesi Dal 6 al 13 Dicembre 2008 si aprono le valigie di paolo e palma Per una settimana potrete curiosare tra i brocaunt e i granier scovati da Paolo e incontrare la cretivita di Palma attraverso la sua collezione di abiti unici ispirati dal loro lento viaggio attraverso le strade di Francia. Un Piccolo angolo di Francia viene ricreato per pochi giorni all’interno della galleria grazie agli oggetti, ai ricordi, alle essenze e alle sensazioni che i due viaggiatori, Paolo e Palma, portano con se nelle loro valigie d'epoca. Galleria 291 Est li ospita per una sosta prima di ripartire, e le loro valigie si aprono per mostrarci un fantastico tesoro accumolato durante un lungo viaggio che parte dalla Toscana, nel cuore della Maremma e li porta fino alle terre più a nord, nella romantica Bretagna. Una settimana per scoprire colori, sapori e sensazioni di Francia.
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