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1. 1. 2. 3. 5. 8. 13 – AL DI LÀ DEL DIFETTO: LA GEOMETRIA DEL PENSIERO

testo critico di Rossella Della Vecchia

Ospitata dalla Galleria 291 EST, Silvia Faieta porta in mostra una riflessione strutturale sulla poetica dell’imperfezione. Ed è così che la sua personale 1. 1. 2. 3. 5. 8. 13 –Al di là del difetto delinea uno spazio scultoreo in cui il pensiero matematico dialoga con una sottesa dimensione simbolica, ridefinendo il concetto di “difetto” come principio di discontinuità generativa. In questo slittamento semantico, l’artista mette in relazione l’apparente rigore geometrico con la condizione dell’imprevisto,  dando origine ad una dinamica processuale ed epistemica volta ad interrogare le condizioni stesse dell’esperienza artistica. 

Fin dal titolo, che richiama la sequenza di Fibonacci, emerge il riferimento ad una progressione organica: un ordine latente che governa i processi del mondo naturale e che, nel lavoro di Silvia Faieta, viene riletto come elemento di rottura, trasformando l’imperfezione in un potenziale generativo inedito. In questa prospettiva, l’artista si allontana dalla sua consueta pratica – fondata sulla purezza dell’oggetto e sul controllo formale – estendendo la propria disamina al valore di ciò che comunemente consideriamo come non conforme, marginale o imperfetto. Per la prima volta, infatti, introduce l’improvvisazione come principio operativo, orientando la propria ricerca al riuso e alla rigenerazione di materiali di scarto o fallati: elementi capaci di destabilizzare la prevedibilità del suo sistema formale. 

Queste sono le coordinate che, nella dialettica tra regola e deviazione, consolidano l’istanza tensiva delle dodici opere in mostra: dodici ambienti ideali, progettati in serie e identificati come “luoghi” in progressione. In essi si può rintracciare un’affinità con gli environments monocromatici di Louise Nevelson, in cui l’assemblaggio e la ripetizione diventano strumenti di trasfigurazione simbolica e alchemica. Ecco che, codificato da riferimenti numerologici e simbolici, ciascun Luogo si configura come un microcosmo assemblato per accumulo: un sistema aperto, in continua trasformazione e, per sua natura, intrinsecamente incompiuto. 

La geometria si rivela quindi un dispositivo di mediazione simbolica della realtà, laddove la logica modulare dell’unità primaria aderisce ad un equilibrio cosmico, inscritto nella stessa Natura e, proprio per questo, paradossalmente perfetto. Ed è in tale reiterazione che va ad instillarsi una sottile vertigine percettiva, accentuata dalla valenza simbolica del bianco e del nero, usati per enunciare una possibile riconciliazione degli opposti in risposta al caos esterno.

Ne scaturisce un effetto ipnotico, in cui la dicromia dei volumi, alternata a schemi a scacchi e pattern ripetitivi, contempla lo spazio scultoreo come un’esperienza mentale oltre che fisica e sensoriale: un’architettura ricettiva che trova compimento nell’allestimento total black ideato da Vania Caruso in collaborazione con la Mostarda Design. In questo percorso espositivo dal forte impatto immersivo, i Luoghi di Silvia Faieta sembrano confluire in un’unica installazione ambientale, lasciando che lo sguardo fluttui tra le enigmatiche apparizioni di un altrove possibile, evocato dallo stesso attraversamento cognitivo delle opere.

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