1. 1. 2. 3. 5. 8. 13 – AL DI LÀ DEL DIFETTO
Nota curatoriale di Vania Caruso
La mostra 1. 1. 2. 3. 5. 8. 13 – Al di là del difetto affonda le proprie radici nel periodo del lockdown, quando Silvia Faieta si è trovata a operare in una sorta di “cattività” creativa. L’impossibilità di accedere a nuovi materiali l’ha spinta a utilizzare ciò che abitualmente viene escluso: scarti, elementi danneggiati, superfici imperfette. Ed è così che questi materiali lontani dalla sua consueta metodologia — fondata sulla purezza dell’oggetto e sulla ricerca di una forma controllata —sono diventati il punto di partenza di un processo di trasformazione.
Lo scarto, da residuo, si rovescia così in origine: un inizio inatteso che rimette in discussione il gesto e la costruzione della forma, spingendo l’artista a confrontarsi con l’imperfezione non più come difetto da eliminare, ma come occasione generativa. Da questa inversione di sguardo nasce una vera e propria rieducazione percettiva, capace di rimodulare la sua stessa architettura mentale.
È quindi la dialettica tra il concetto di ordine e il suo opposto — il caos generativo — a muovere l’intero progetto. Cresciuta tra matematica e ingegneria, Faieta riconosce infatti nel numero non soltanto un sistema di misura, ma un principio di organizzazione simbolica della realtà. Filtrata attraverso la sua sensibilità artistica, la matematica si trasforma in linguaggio mistico, quale codice interpretativo che non si limita a descrivere il mondo, ma lo disvela: ogni numero, infatti, porta con sé una qualità, una legge interna, una vibrazione generativa.
In questo senso, la sequenza di Fibonacci — che dà il titolo alla mostra — non si configura come un mero riferimento estetico, bensì come una chiave ontologica ascritta al modello di crescita più diffuso in natura: una spirale che si espande attraverso un principio di errore e adattamento. La materia diventa così il luogo in cui queste leggi prendono forma, traducendole in un equilibrio dinamico tra intuizione e calcolo, tra razionalità ingegneristica e visione immaginifica. Ecco che la forma si conferma come un processo in continua evoluzione, radicato nel reale e aperto a risonanze simboliche più ampie, riconoscendo, nella struttura stessa della vita, le potenzialità di ciò che era stato escluso.
In 1. 1. 2. 3. 5. 8. 13 – Al di là del difetto, la numerologia non è da considerarsi come un semplice repertorio simbolico, ma come una chiave di accesso a un ordine metafisico, in cui il numero è al tempo stesso contenuto e significato. In tal senso, ogni scultura porta il nome del numero che la governa — Luogo 1, Luogo 2, Luogo 3 […] — poiché ciascuno di essi esprime una qualità simbolica e un principio operativo riconosciuto nella tradizione numerologica. Ed è così che l’opera non rappresenta il numero, ma lo incarna; mentre ciò che appare formalmente definito non chiude, ma dischiude: l’opera diventa di fatto un varco verso un altrove mentale, un territorio simbolico in cui la percezione si trasforma in esperienza personale. Cifra, numero e proporzione si fanno così soglie verso mondi immaginifici, in cui il pensiero emotivo affianca l’intelletto analitico, chiamando lo spettatore ad una contemplazione del proprio immaginario interiore.
Una contemplazione arricchita da una percezione stratificata e condivisa di ogni “Luogo”, che è stato corredato da un testo poetico — scritto da amici che hanno condiviso e accompagnato il percorso anche esistenziale dell’artista — e da una sonorizzazione di Stefano Bertoli: aspetti che accentuano così la natura plurale dell’intero progetto. Ne nasce una sorta di performance sonora che trasforma la fruizione del percorso espositivo di 1.1.2.3.5.8.13 – Al di là del difetto in una variazione sempre diversa della medesima costellazione. E laddove la parola e il suono amplificano la percezione dell’opera, si instilla una dimensione multisensoriale che si fa metafora del nostro modo di fare esperienza del reale — vedere, ascoltare, immaginare.
Si tratta dunque di un articolato impianto creativo in cui Silvia Faieta conferisce alle sue dodici opere — numero che richiama i cicli dei mesi e delle ore — lo statuto di luoghi sospesi: non spazi fisici, ma microcosmi regolati da una logica numerica che ne struttura la forma, instaurando una corrispondenza simbolica che si estende anche alla loro disposizione nello spazio espositivo. Ogni scultura possiede, infatti, una propria gravità, un ritmo, un’identità energetica: non si limita a essere osservata, ma si attraversa, come una geografia interiore. E in questa geografia interiore, il linguaggio visivo, rigorosamente declinato nel bianco e nero, richiama la ricomposizione degli opposti (luce e ombra, spirito e materia): un dicromatismo essenziale che concentra lo sguardo sulla struttura, su ciò che permane quando il resto si dissolve.
Ed è così che anche l’allestimento partecipa alla cosmologia numerica del progetto, in cui le sculture emergono come apparizioni su uno sfondo total black. La stessa disposizione triangolare, che ne enfatizza gli spigoli, le intersezioni e i ritmi diagonali, evoca un ordine segreto che coniuga logica ingegneristica e geometria sacra. Inoltre, l’illuminazione puntuale, quale sorgente luminosa focalizzata e direzionale, costruisce un “sole” per ciascun “pianeta”, mentre i testi poetici, dipinti a mano, interrompono la continuità dei piani e attivano una dinamica percettiva che invita lo sguardo a muoversi nello spazio. E se la precisione non nasce da un processo meccanico, ma da una costruzione che si rinnova momento per momento, come in una messa in scena in cui ogni dettaglio richiede cura e attenzione, questa ricorrente manualità attraversa tutte le fasi dell’allestimento, manifestando una tensione espositiva verso una perfezione perseguita ma mai completamente raggiunta.
In questo insieme, 1.1.2.3.5.8.13 – Al di là del difetto propone dunque una riflessione sul potenziale trasformativo dell’imperfezione e sul limite inteso come principio generativo. Ecco che, come nella sequenza di Fibonacci, in cui l’armonia emerge dall’interazione tra regola e deviazione, anche il lavoro di Silvia Faieta mette in evidenza come la crescita — artistica, materiale ed esistenziale — si sviluppi attraverso processi di adattamento e di frattura. Ciò che inizialmente si configura come elemento marginale può rivelarsi determinante, delineando un valore che non risiede nell’eliminazione del difetto, bensì nella sua integrazione all’interno di un nuovo assetto ordinativo.
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