La matematica imperfetta delle emozioni poliedriche di Pablo Ayo
Di Pablo Ayo
Recensione della mostra “1. 1. 2. 3. 5. 8. 13 – Al di là del difetto” di Silvia
Faieta – Roma, 2026
Dodici piccoli mondi, ognuno rinchiuso nella perfezione concettuale di un cubo. Così parte il viaggio nel mondo in bianco e nero di Silvia Faieta che, come una moderna Alice, ci fa scendere lentamente nel mondo incantato del bianconiglio. Ma questa volta la tana si trova alla Galleria 291 Est di Roma, dove l’artista presenta dodici opere numerate progressivamente. Una progressione che richiama, non a caso, quella del matematico pisano Fibonacci, che governa la crescita naturale, dalle conchiglie alle galassie. La mostra, difatti, s’intitola “1. 1. 2. 3. 5. 8. 13 – Al di là del difetto”, una metrica che esplora non solo lo spazio e il tempo, ma soprattutto le emozioni. Faieta non usa la matematica come esercizio di perfezione; ma la sfrutta come spinta propulsiva: in lei è chiave, serratura e porta, un mezzo con cui oltrepassare il limite, hackerare il sistema. Il numero, nella sua opera, non è un recinto: è un varco. È il punto in cui l’ordine si incrina, si apre, lascia filtrare l’imprevisto e diventa matematica del caos.
Certo, a un primo sguardo le sue creazioni rigorosamente bicrome sembrano parlare il linguaggio della misura, del calcolo, della disciplina geometrica. Cubi aperti, pedane nere, sfere bianche e nere, scale, finestre, piccoli alberi spogli: tutto appare ordinato, calibrato, quasi trattenuto, cristallizzato in un tempo sospeso. Eppure, fermandosi davanti a questi “non-luoghi”, ci si accorge che sotto la superficie rigorosa pulsa qualcosa di profondamente umano.
Ogni lavoro è un microcosmo. Piccoli ambienti monocromatici, costruiti come stanze ideali, dove il bianco e il nero non sono soltanto toni, ma polarità: luce e ombra, presenza e assenza, controllo e vulnerabilità. Le sfere, apparentemente fredde e anonime, si dispongono in progressioni delicate ed esotericamente significative; le scale salgono o scendono verso un apparente nulla; gli alberi – sottili, quasi fragili – si stagliano contro pareti severe, come una speranza che non smette di credere in sé stessa.
In quella dicromia netta, ecco che si insinua una tenerezza inattesa.
Il rigore, qui, non è mai sterile. È una forma di protezione. Come se l’artista avesse costruito queste architetture minime per rappresentare simbolicamente – e custodire – qualcosa di più fragile: un’emozione, una memoria, una possibilità. Le superfici sembrano compatte, ma basta osservare la relazione tra gli elementi – una sfera fuori asse, una scala che non conduce a una meta fisica, ma a un piano di coscienza, una finestra che si apre su un vuoto interiore – per avvertire una lieve incrinatura.
Ed è lì che abita il calore.
La riflessione sull’imperfezione diventa allora un atto quasi affettivo. Faieta ridefinisce il “difetto” non come mancanza, ma come energia generativa. Ciò che devia, che rompe la simmetria pur apparentemente rispettandola, è ciò che mette in moto il sistema. Come le emozioni.
Le sue opere sono sistemi aperti, mai del tutto compiuti. Non impongono una verità, ma suggeriscono un equilibrio sempre in bilico. Ed è chi osserva l’opera a chiudere il circuito, facendo fiorire il senso implicito delle micro camere tridimensionali con una osservazione partecipante ed emozionata.
In questo senso, l’apparente rigidità formale del bianco e nero si rovescia in un sentimento di dolcezza trattenuta. La ripetizione modulare, l’accumulo di forme elementari, la scansione numerica non producono distanza, ma intimità. È come osservare un fragile teatro dell’esistenza, dove ogni oggetto – una scala, una sfera, una finestra – diventa simbolo di un attraversamento possibile. Fiocchi di neve che si posano lievi sull’anima di un dicembre inquieto, ma vitale.
C’è qualcosa di ipnotico in questi ambienti. Lo sguardo è guidato, ma mai costretto. Fluttua tra le geometrie, si perde nei pattern a scacchiera, si soerma su dettagli minuscoli. E in quella deriva percettiva affiora una sensazione di riconciliazione: tra opposti, tra ordine e caos, tra controllo e abbandono. Una supersimmetria del sentire, una corrispondenza tra i bosoni e i fermioni di anima e corpo, suggerita dal bilanciamento di luce e ombra, movimento e stasi.
Silvia Faieta, con queste dodici opere, compie un gesto sottile ma radicale. Dimostra che la struttura non è nemica dell’emozione. Che il calcolo può essere un atto poetico. Che anche nelle forme più essenziali –
nel bianco e nel nero, nel numero e nella ripetizione – può vibrare una dolcezza silenziosa, una emozione sconosciuta. Essa risuona nel canto ermetico degli alchimisti, nella metrica dei matematici, tra le rime dei poeti che accompagnano il nostro viaggio circolare attorno ai dodici piccoli altari. Ci camminiamo dentro come persi in una foresta incantata, guidati dalla musica d’ambiente composta per l’occasione, con i passi curiosi di Hansel e Gretel e lo stupore della fiaba.
Al di là del difetto, dunque, non c’è la perfezione. C’è la fragilità accettata. C’è la consapevolezza che ogni sistema, per essere vivo, deve contenere una crepa. E che proprio da quella crepa – piccola, quasi invisibile – riesca a filtrare la luce più calda, quella che, alla fine del viaggio tra sequenze
numeriche e cubi poliedrici, ci rende umani.
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