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BIA | Massimiliano Amati

testo critico di Rossella Della Vecchia

“Il colore è un mezzo per esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde”.

Vasilij Kandinskij

La personale BIA è legata, nel titolo e nel concetto, ad una celebrazione della vita, quale correlato omaggio alla sfera del femmineo della linea matriarcale dell’artista Massimiliano Amati.

Una serie che vuole essere una sorta di metafora visiva della vita che torna a fluire nel suo naturale ritmo: iniziato nel 2019, infatti, questo progetto si è protratto nel corso degli anni della pandemia, ed è quindi intessuto, anche se non didascalicamente, al nostro vissuto recente nel suo anelito di rinascita e di fuga dall’isolamento

E proprio nel suo richiamo alla vita, BIA è espressione di un costante divenire insito nel femminile, dunque, ma anche nell’espressività del colore: in tal senso, metamorfosi e fluidità sono i suoi concetti chiave. Esaltando la creatività del gesto in prospettiva di tali concetti, l’artista si dedica ad una ricerca introspettiva, che si distanzia dall’approccio tassonomico e cristallografico della precedente produzione in bianco e nero. Qui la figurazione, infatti, non si lega prettamente alla forma ma più che altro all’essenza della materia, che rimanda icasticamente alla narrazione emotiva e sensibile dell’artista.

Liberamente ispirate alla biologia, quelle di BIA sono coloratissime immagini biomorfiche, che si pongono in relazione di continuità e di intrinseca evoluzione tra loro. Forme aperte, organiche, esse sprigionano la propria energia attraverso il colore: allegre e esaltanti, o riflessive e malinconiche, le loro tonalità si armonizzano evocando un’idea di dinamismo che tende a cancellare ogni turbamento legato alle angosce contemporanee.

Multiforme e multicolore, la fluidità figurativa in oggetto evolve idealmente nell’eterno divenire connaturato all’acqua: un elemento che ritroviamo anche nel tipo di inchiostro adottato. Il ricorso tecnico alle Ecoline®, infatti, in virtù della peculiare diluizione che le vede definire come “acquerelli liquidi”, permette di realizzare disegni sgargianti, in una stratificazione pittorica di trasparenze e sovrapposizioni. Un progetto che nasce anche dall’esigenza di esprimersi con più immediatezza: un’immediatezza espressiva, debitamente ricercata a partire dall’impiego delle stesse Ecoline®, che fagocita una nuova interazione dell’artista con l’opera, in un recondito assunto de Lo spirituale nell’arte (1910) di Vasilij Kandinskij.

Nel suo approccio naif, pur non contemplandone concettualmente l’estetica, BIA manifesta un’ostentata forza vitale, prorompente nel suo spirito autentico, libero da sovrastrutture e per questo liberatorio per lo spettatore quanto per l’artista. Tanti lavori in vari formati che ricreano l’idea di un rito festoso e propiziatorio: sospinte nello spazio da un alito di vita insito nel colore, queste policrome “bolle” danno l’illusione di andare incontro allo spettatore, in un percorso pensato come evento partecipativo, a tratti ludico, all’insegna della condivisione esperienziale. Massimiliano Amati, infatti, sembra quasi giocare con i colori, rendendo le sue opere fruibili senza filtri culturali: una mostra pensata per tutti, anche per i più piccoli.

Questa ideale inclusività, inscritta nello stesso movimento centrifugo del colore, si proietta nel messaggio universale che BIA vuole trasmettere. Ed in continuità con esso anche l’allestimento alla Galleria 291 Est subisce una “metamorfosi” nella realizzazione di un percorso espositivo fluido e sensoriale. Il consueto white cube, per l’occasione, diventa una multicolore camera d’aria, un mondo sospeso nel grigiore urbano, in quel “fuori” in cui tutti questi colori sono scomparsi, divenendo un muro di assordante silenzio.

Nella fase espositiva si inserisce anche l’elemento sonoro: una mise en abyme che trasforma l’ambiente in un’installazione immersiva. La sinestetica co-creazione tra Massimiliano Amati e Fabio Fortunati ricerca un climax nella fluidità del suono: un pulsare che è in profonda connessione con la fisiologia umana, che nel colore raggiunge lo spettatore, acquistando energia, giocosità e coinvolgendone, quindi, i sensi.

Le registrazioni sul campo (field recording) si armonizzano a samples catturati principalmente da vinili, rievocando il mondo acquatico, sia nei suoni prodotti in superficie che sul fondale. In un parallelo tra musica ed organizzazione del colore nello spazio, BIA cattura “il suono interiore” degli elementi -come Vasilij Kandinskij amava dire – nel potere rigenerante che è in grado di evocare.

A BIA e al suo concetto “vitale” si relaziona idealmente, nel suo intrinseco significato di “dono”, anche il collaterale progetto calcografico DORA. Nato dalla collaborazione con il laboratorio di Galleria 291 INC, che ha invitato Massimiliano Amati ad “incidere l’elemento liquido”, il lavoro presentato si articola in 6 matrici, su cui si è proceduto ad incidere a lavis e ad acquaforte.

La tecnica a lavis -probabilmente meno conosciuta ai più- rappresenta una novità anche nella produzione dell’artista, che finora si era confrontato solo con l’acquaforte e il “segno inciso”. Imitando la stratificazione a velature dell’acquerello, la lastra viene incisa in maniera diretta, dipingendo con un pennello imbevuto di mordente -nello specifico è stato utilizzato del percloruro di ferro diluito con acqua e gomma arabica- permettendo all’artista di approcciarsi formalmente a figure non delineate da contorni netti, in una sostituzione del materiale di destinazione e di azione ma non dell’effetto finale. Traslatonell’ambito delle tecniche incisorie, il gesto pittorico di BIA viene restituito in fase di stampa in un effetto visivo molto simile a quello prodotto dalle Ecoline®.

Parallelamente al lavoro di BIA, viene mantenuta una continuità creativa con la materia liquida, in sostituzione del pigmento: nell’atto di dipingere direttamente con un agente corrosivo, in DORA, il gesto “pittorico” esplora la superficie e la sua grana. Un’esperienza calcografica che evidenzia una sorta di casualità controllata, poiché l’immagine reale si rivela solo in fase di stampa: c’è, dunque, una progettualità ma anche un grado di imprevisto e sperimentazione nell’inedito confronto dell’artista con questa esperienza calcografica.

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Testo critico di Rossella Della Vecchia