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Ballarò e dintorni di Francesco Scirè

La mostra sarà correlata degli scritti di Francesca Romana Capone. Con la collaborazione di Lucrezia Alessia Ricciardi

Francesco Scirè racconta il mercato come una sinestesia vivente. Anche le persone si mischiano al mercato. Infilarsi in uno di essi significa farsi trascinare dal gioco. Così Francesco Scirè scivola nei mercati di Palermo e ci trascorre il suo tempo. Non ne resta fuori come giudice imparziale. Si sporca le mani, si impregna di odori, si fa ingrediente di questa miscela saporosa di uomini e cose. Punti di fuga, prospettive inedite, come l’ordito di un tappeto, i suoi scatti. Che questa sia la città di Scirè non stupisce: ogni fotografia è denuncia e atto d’amore insieme. Una variegata rappresentazione di una umanità che nel mercato trova il suo sapore più antico. Frammenti di storie. Pensieri nella testa di uno che cammina nel mercato, guarda i banchi, soppesa le merci. Che si volta a sbirciare quell’angolo di muro, quel cumulo di spazzatura, quello squarcio di cielo. E spia la gente. I venditori consumati dal troppo gridare, gli avventori dei bar, le ombre dietro le finestre accostate dei palazzi in rovina. Ripercorrendo con la mente le tappe del viaggio per immagini di Scirè: così nascono anche le didascalie che accompagnano le sue foto.

I mercati di Palermo Il mercato è una sinestesia vivente. Un luogo dove i sensi si incontrano e scontrano, si contaminano e scambiano in un impasto cangiante. Colori che hanno un profumo, sapori che gridano, polpe succose che si offrono lascive. Uno spazio magico dove il tempo si sospende come una camicia appesa ad asciugare al sole. Anche le persone si mischiano al mercato. Vicinanza fisica di spalle che si toccano, sporte che si strusciano, mani che scambiano merci. Vicinanza ideale di ricette regalate, di frutti che raccontano altre terre, di parole e sorrisi che rimbalzano negli spazi angusti tra i banchi. Infilarsi in un mercato del Sud, con la sua esuberanza quasi violenta, significa farsi trascinare nel gioco. Entrare a far parte di un microcosmo dove non esiste classe sociale, differenza etnica, distacco intellettuale. Uomini e cose, cose da mangiare soprattutto. L’essenza, il nocciolo, il cuore dello scambio comunitario. Così Francesco Scirè scivola nei mercati di Palermo. E io lo so che porta con sé una macchina fotografica, che per scattare si ferma, inquadra, soppesa. Eppure ciò che vedo è la continuità brulicante delle persone, ciò che sento sono le grida che magnificano la merce, ciò che inspiro è l’aria pesante di odori: basilico che punge le narici, carne sanguinolenta che tocca la gola, spezie che stuzzicano lo stomaco, pesce fresco che sa di scoglio arso. No, non si annulla il fotografo. Piuttosto entra a far parte del mondo che ritrae. Non resta fuori come un giudice imparziale, l’occhio di dio tra le nubi. Si sporca le mani, si impregna di odori, si fa ingrediente di questa miscela saporosa di uomini e cose. Magari spostato un po’ in là. Di lato o, spesso, dietro. Punti di fuga di prospettive inedite, come studiare l’ordito di un tappeto, le fondamenta sotto al palazzo, il volto vero dietro il trucco. E ci passa tempo, Scirè, in questi mercati. Tra uno scatto e l’altro trascorrono mesi, a volte anni. Ma il tempo non esiste nel suo scorrere qui. L’arrotino continua ad affilare lame da cent’anni, la vecchina a pesare i suoi limoni, il pesce spada a esporre il suo rostro. Semmai è profondità, occhio che scava nello spessore dell’immagine, ne cava fuori ciò che permane comunque. Ciò che non cambia, ciò che resta sempre uguale al fondo del rito pagano del mercato. Gli scatti hanno la consistenza della realtà, la sua grevità. Fatta di muri scrostati, spazzatura ai bordi delle strade, baracchini arrugginiti. L’agonia, la sontuosa decadenza di Palermo. Grigiume di monnezza e splendore di “muluni” e “pummadoru” . Come una regina caduta in disgrazia, sporca, stracciata, ma ancora coperta di gioielli. Eppure nel mercato la regina non chiede l’elemosina. Mette in mostra ancora il lusso, la dignità altrimenti perduta. Che questa sia la città di Scirè, i suoi posti e la sua gente, non stupisce: ogni fotografia è un atto d’amore. Ferma, di ciò che vede, il senso segreto di bellezza. Perché sono belle le “aulive” e maestoso il tonno. Ma è bello anche quel muro diroccato che fa da quinta al passeggiare di donne indiane o magrebine, è bella la tenda candida e perfettamente stirata a coprire un balcone che, a momenti, potrebbe crollare giù. Sono belli persino quei tre cassonetti in fila che annunciano il mercato; sono belli perché sanno raccontare una storia. Come tutti gli atti d’amore, questo di Scirè è anche un atto di accusa. Le sue immagini carezzano una città che muore, ne raccolgono i palpiti di vita, ce li offrono come a dire: ecco, c’è qualcosa da salvare, c’è molto, ma bisogna fare in fretta. E la città è chi la abita, un’umanità che, nel mercato, ha un sapore antico di vita per la strada. Uno sgabello trascinato sul marciapiede, il gatto accoccolato un po’ più in là. Un giro di carte al tavolino del bar, condito da racconti epici che l’alcol dipinge di fantasia. Uno scambio sorridente sopra il banco del pesce, ché gamberi così dove li vuoi trovare? Persino la religione ha il suo posto. Una religione meticcia, perché tutto quello che entra nel mercato è destinato a perdere identità per farsi di tutti. Santini appiccicati sul baracchino arrugginito, collezioni di ex voto di famiglie di pescatori che, per tornare a casa ogni giorno e avere qualcosa da mangiare, sono dovuti scendere a patti con Dio. E poi il culto tanto più umano dello scambio, del “questo va per quello”. Soldi contro merce, tradizioni contro primizie, sorrisi contro saluti. Che pare quasi di sentirle le voci che si inseguono, le preghiere laiche strillate dai venditori, le benedizioni di chi ha trovato ecco, proprio quella pesca “tabacchiera” che andava cercando. E allora queste foto sembrano chiedere a un Dio dimesso di scendere a terra, camminare per queste strade ingombre, farsi largo tra odori corposi e uomini dignitosi, appoggiarsi a un muro mezzo diroccato, seguire i passi del ragazzo che spinge la sua carrozzina carica di pesce, e tornare a farsi umano. Perché solo così si può capire questa città e, dentro la città, il mercato. Da uomo tra gli uomini, impregnato di umori e sudori e sapori. E solo con questo sguardo tanto umano, che Francesco Scirè possiede, pieno insieme di amore e rabbia, si può fermare in immagini questo contrasto vivente. E urlare la sua bellezza che muore.

Francesca Romana Capone

Francesco Scirè

Ingegnere elettronico e fotografo. Nasce a Palermo nel 1964. Dopo gli studi di ingegneria, si trasferisce a Roma dove attualmente vive e lavora e dove la sua passione per la fotografia diventa parte importante della sua espressione. Scirè inizia a lavorare con la fotografia agli inizi degli anni ottanta con una Minolta analogica. Abbandona poi il mezzo analogico nel 2006, entrando nell’era del digitale con la Canon (EOS 400D). Il rapporto con il mezzo digitale sviluppa in lui una forte ricerca del dettaglio per creare uno sguardo di insieme in cui ogni particolare elemento fondamentale nella composizione. Ha partecipato all’edizione 2009 del concorso fotografico internazionale National Geographic e ancora alle due edizioni 2009-2010 del concorso Sony World Photography Awards. Sempre nel 2009, Scirè partecipa con una selezione delle sue fotografie nella collettiva dal titolo “La declinazione della gioia” nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia a Roma. All’inizio del 2010, Scirè ha esposto le sue fotografie presso la galleria Galleria 291 Est di Roma nella sua prima mostra personale dal titolo “ESTERNO GIORNO”. Infine, nel gennaio del 2011, presso l’enoteca Vi(ci)no, è stata presentata una anteprima della sua mostra personale “Ballarò e dintorni”.

Francesca Romana Capone

Francesca Romana Capone (Roma, 16 novembre 1974), ha esordito in narrativa nel 2006 con la raccolta di racconti “Quello che non ti ho detto” (La Tartaruga – Baldini Castoldi Dalai). Nel 2007 il suo racconto “Genova tra le gambe” è apparso nell’antologia Irresistibili bastardi (Fratelli Frilli editore), mentre nel 2008 il racconto “Nuvole di cipria” è stato pubblicato nella raccolta “Un libro da Impresa (Alitalia)”. Laureata in storia dell’arte, da quindici anni lavora nella comunicazione istituzionale e scientifica.

Titolo

Ballarò e dintorni

Autore

Francesco Scirè

A cura di

Vania Caruso

Data

dal 19 al 26 Marzo 2011

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